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POLITICA
23 febbraio 2012
Melucci, democrazia, cittadino, suddito

Negli anni Novanta, uno dei sociologi italiani più presenti sulla scena internazionale, Alberto Melucci (1943-2001), si è interrogato a fondo sulla nozione di “riflessività”.
Melucci osservava come le società moderne si caratterizzano per la loro crescente riflessività: le istituzioni e le forme di condotta richiedono sempre più il consenso degli attori.
Gli attori si sentono sempre più investiti da un senso di responsabilità piena, in quanto sono continuamente chiamati a decidere la riproduzione e le trasformazioni delle istituzioni nonché il senso stesso della vita.
Le società moderne sono caratterizzate, rispetto a quelle passate, dal fatto di non avere più un decisore imperscrutabile che dall’alto della sua autorità fa discendere la sua volontà sul popolo ignaro, un decisore, dunque, in grado di condizionare e decidere ogni aspetto particolare della vita senza che il popolo avesse un minimo potere di controllo su quelle decisioni.
Tale decisore alla coscienza di chi ne subiva le decisioni appariva come un essere dotato di virtù divine (Dio o Monarca). L’ordine che regnava all’interno delle società era un ordine imposto da un’autorità divina (spirituale o terrena) e come tale doveva essere accettato senza discussione.
Naturalmente, all’interno di una particolare società tale potere poteva presentarsi in termini assoluti o limitati.
Da quando nelle società occidentali sono cominciate ad emergere ed affermarsi le democrazie, il potere di decisione ha iniziato ad essere sottoposto ad altre forme di legittimazione: la decisione imposta trova una sua intrinseca validità quando viene legittimata dal consenso elettorale.
Tale potere decisionale non riguarda la sfera strettamente politica. Anche nei costumi, nelle condotte private, nelle scelte etiche si fa strada e si afferma l’idea che ogni individuo può compiere liberamente le sue scelte, purché non danneggi altri, richiamandosi ciascuno alle proprie convinzioni. Ciò che accade nella sfera individuale comincia ad affermarsi anche in quella collettiva: un decisore, non può più prendere una decisione senza consultare coloro che sono direttamente investiti da quella decisione.
Per ogni tipo di decisione che investe un interesse collettivo occorre un assenso generale. Insomma, si tratta della differenza che divide l’idea di cittadino da quella di suddito: nel primo caso si agisce e si interviene nella vita sociale tenendo conto che vi può essere un parere contrario o favorevole, nel secondo caso si agisce e si interviene come se non di dovesse rendere conto a nessuno (se non alla stessa autorità da cui ci si sente investiti).
Tutte le democrazie avanzate del mondo occidentale si muovono sulla base di questo principio di cittadinanza riconosciuto. Ciò non toglie, ed anzi conferma ancora di più la validità del principio, che ogni decisore, sulla base delle sue risorse, possa influenzare la scelta del cittadino. La capacità di poter influenzare questa scelta rientra perfettamente tra le prerogative della stessa democrazia (purché sussista un equilibrio di risorse).
Possiamo dunque arrivare alla conclusione che una democrazia compiuta sia del tutto incompatibile con ogni forma residuale di sudditanza: ovvero, laddove persistono forme o concezioni di sudditanza vuol dire che ancora non siamo di fronte a una democrazia compiuta. Nei paesi in cui i cittadini continuano ad essere trattati nella sostanza come sudditi e non come cittadini, ossia come individui non ancora in grado di esprimere un parere negativo o positivo su una qualsiasi scelta, allora vuol dire che persiste nei decisori una concezione della democrazia intesa come forma di sudditanza. Per fare un esempio in tal senso possiamo prendere in esame la funzione della censura: in un paese in cui si avverte da parte dei decisori il bisogno di imporre delle censure nel campo della cultura, della comunicazione massmediale, vuol dire che quegli stessi decisori considerano i propri cittadini “incapaci” di compiere delle scelte, e quindi bisognosi di essere guidati ed indirizzati.
Laddove persiste tale mentalità vuol dire che persiste ancora una mentalità “patriarcale” della democrazia, una mentalità in cui il decisore di turno si sente investito ad agire in questo modo perché avverte il dovere di “proteggere” i suoi cittadini/sudditi dai pericoli di cui sono completamente ignari, come appunto fa un buon padre di famiglia nei confronti dei suoi figli minorenni. Il problema però non si pone soltanto da parte dei decisori che agiscono in modo patriarcale, ma si pone anche sul versante degli stessi cittadini che si fanno trattare come se fossero dei “minorati”. A questo punto ci si dovrebbe chiedere come mai in una democrazia possa continuare a persistere una mentalità da suddito. Mi pare evidente che per rispondere a questa domanda occorre ricostruire il processo storico da cui quella democrazia proviene.




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POLITICA
12 aprile 2011
Vorrei parlar d'altro, ma come posso?

Il 65% degli italiani, se stiamo ai sondaggi, non ha fiducia in questo governo
Il 40% degli elettori nelle intenzioni di voto si asterrebbe o voterebbe scheda bianca (o sono indecisi).
Se si votesse oggi la maggioranza potrebbe arrivare a uno striminzito 41% o 40% di consensi.
In sedi internazionali chi ci rappresenta ha perso ogni autorevolezza.
Nel paese i comuni cittadini sono preoccupati del caro-vita, dell'aumento della disoccupazione, dell'aumento delle tariffe (luce, gas), delle pensioni da fame, ecc. ecc.
La gente è arrabbiata, adirata, indignata, rassegnata, turlupinata.
La temperatura del malessere sociale sta salendo nel paese ogni giorno.
Nel frattempo, ci sorbiamo quotidinamente, balle e barzellette, e il capo di governo ci tratta come bimbi creduloni ch'abboccano alle tante versioni che di volta in volta decide di darci (evidentemente, lo dico senza acrimonia, considera il popolo italiano un popolo che s'abbocca le cose più strampalate); che offende, a questo punto, neanche la nostra intelligenza, ma il nostro comune buon senso.
Davanti a questo cumulo di macerie sociali, ogni persona di buon senso (che fa parte del suo entourage) dovrebbe prendere un po' di coraggio, prenderlo da parte e parlargli chiaro. Dovrebbe fargli capire il disastro cui stiamo andando incontro.
Dovrebbe spiegargli che se si va avanti di questo passo si finisce con l'esasperare gli animi degli italiani. Insomma, di fronte a tanta sfacciataggine, a tanta arroganza a tale ribaltamento della verità, cosa può fare oggi un italiano che abbia un minimo di buon senso? Di votare non se ne parla nemmeno.
Io, personalmente, non faccio politica diretta. Sono un semplice elettore. Su questo blog mi vorrei occupare di poesie, di racconti, di letteratura, di riflessioni storiche, filosofiche. Vorrei, voglio dire, parlare e scrivere soprattutto di queste cose. Ma poi quando sono posto di fronte a questo scempio della verità dei fatti, della dignità delle cariche pubbliche, al malessere sociale che monta nel paese, mi dite come faccio a far finta di niente e a continuare a scrivere versi? Quando vedo qualcuno che si diverte (a sua insaputa a quanto pare) a copiare il "Manifesto degli intellettuali fascisti" spacciandolo come proprio programma politico; quando vedo che cinque parlamentari vogliono abolire la norma costituzionale che proibisce la ricostituzione del partito fascista; quando vedo che vogliono di nuovo introdurre un cavillo giuridico per oscurare i pochi programmi della rai scomodi; quando vedo che si fa strame del comune buon senso; quando vedo che l'intero governo, l'intera maggioranza, le commissioni parlamentari essere precettati e reclutati a far parte dell'ufficio di difesa del premier; insomma, quando assisto a tutto questo scempio come faccio come cittadino a far finta di niente e a continuare ad occuparmi d'altro? 



  

DIARI
10 aprile 2011
Io amo la pubblicità...

Un tempo odiavo la pubblicità, non sopportavo la pubblicità, non amavo la pubblicità.
Adesso, quando vedo in televisione una Santanché o uno Stracquadanio parlare,
amo la pubblicità, cerco la pubblicità, mi piace la pubblicità:
com'è bello vedere famiglie unite,
com'è bello vedere persone felici,
com'è bello vedere bambini allegri,
com'è bello vedere nuvole in cielo,
com'è bello vedere auto sfrecciare,
com'è bello vedere città colorate
com'è bello vedere pavimenti lucidati.
Ah! Ma tutto ciò è falso e illusorio.
Ah! Ma tutto ciò è ingannevole.
Sì, almeno è un inganno piacevole, un inganno innocente, un inganno in cui sono consapevole d'essere ingannato, un inganno innocuo.
Invece, non amo l'inganno colpevole, l'inganno strillato, l'inganno subdolo, l'inganno nocivo, l'inganno ipocrita, l'inganno maligno.
Ecco perché quando vedo la Santanché o Stracquadanio cambio canale e mi rilasso con la pubblicità, coi rotoloni, coi pannoloni, coi tortelloni, colle biondone, coi boccoloni, coi cloni, coi..... coglioni! 


 



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letteratura
8 aprile 2011
I capolavori

 (...sono un re d'un regno piovoso - Ch. Baudelaire, I fiori del male)

I capolavori,
signori & signore,
sono lenzuoli stesi ad asciugare,
bandiere che s’agitano nell’aria,
manifesti strappati dalla pioggia,
catrame che s'accumula sul ciglio della strada,
e assomigliano al povero straccione,
al cane bastonato dal padrone,
a bottiglie che rotolano nel vuoto,
a porte dai cardini scassati,
e non servono né a noi né al signore
né all’allodola o all’usignolo
né al ministro o al suo scudiero.
I capolavori, insomma,
sono fari spenti nella notte,
ombre che viaggiano nel nulla,
anime che somigliano a fantasmi.

Eppure, signori & signore,
sono presenze che non si possono ignorare.


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SOCIETA'
8 aprile 2011
Metti una sera a Roma: una conversazione notturna sul delitto dell'Olgiata
L'autore di questo post è "Ilbravo". Il motivo per cui lo ripropongo nel mio blog si capirà leggendo il contenuto. Chi volesse leggerlo in versione originale può cliccare qui http://fattidicronacanera.blogspot.com/ 
Villa del Delitto all'Olgiata (Roma)


Amo Roma. Ci torno ogni volta che posso. Mi sembra che nessuno possa essere infelice a Roma. Quando la sera mi sposto in autobus e con lo sguardo vago sui palazzi cerco di immaginare cosa accade in quegli appartamenti. Mi piacerebbe entrare in quelle case. Sapere cosa fanno. Curiosare la loro vita. La sensazione è sempre quella di un grande armonia. Qualunque problema possano avere… beh, comunque vivono a Roma. Sulla metropolitana scorgo sovente un certo tipo di persona: giacca e cravatta e l’immancabile borsa di cuoio. Un ragioniere, presumo ogni qual volta. Me lo figuro in qualche ufficio male illuminato del centro, chino sui suoi conti. Eppure, mi dico, quando esce magari si ritrova in Piazza san Silvestro, e da lì si sposta su via del Corso, ha di fronte la colonna aureliana. Qualunque sia stata la sua incazzatura sul lavoro, poi però, ogni sera ha questo bellissimo abbraccio con Roma.
Mi rendo conto che le mie sono sensazioni fallaci. So benissimo che quella gente non è al colmo della felicità. Però una cosa è essere tristi in qualsiasi altra città, una cosa è esserlo a Roma. Così mi ripeto. So di sbagliarmi ma la sensazione è troppo gradevole e lascio che abbia il sopravvento sul senso critico.


Comunque, ho la fortuna di essere ospitato da mio cugino Raffaele. Lui e la moglie Anna sono persone alle quali sono molto affezionato. E molto grato, anche. Non mi offrono solo un letto in una bella stanza tutta mia, ma anche delle ottime cene. Anna è una cuoca perfetta. Con Raffaele qualche volta ce ne andiamo a prendere un caffè in Piazza Venezia, mi piace starmene seduto a guardare l’Altare della Patria. Un monumento molto criticato da Giordano. Per lui il Mausoleo è brutto ma pensa anche che oramai è ben armonizzato nel contesto architettonico della città. È brutto ma non ne farebbe a meno. Invece per me è bello. Mi ricorda il senso di meraviglia che mi fece la prima volta che lo vidi. Ero un bambino, appassionato di storia romana. Quell’immenso edificio bianco mi sembrò un grande tempio dell’antica Roma. Ecco, ecco cosa è Roma per me ogni volta che ci vado, un ritorno all’infanzia. Sono un bambino a Roma. E Roma è come una mamma per me.
Giordano… il mio amico di infanzia. Il mio amico di sempre. Un uomo di una intelligenza rara, di una cultura sterminata. Un poeta, uno scrittore. Uno al quale ho insegnato a giocare a scacchi. Non vinceva una partita. Poi da un momento all’altro è cresciuto, è diventato un giocatore scaltro. Ora è imbattibile per me.
La sera di giovedì 31 marzo, eravamo a cena da sua sorella Graziella. Ancora una volta quella sensazione, Graziella abita con la figlia, la crisi l’ha prostrata. Ma io riesco a percepire solo la piacevolezza del suo essere a Roma. Il suo sarà anche un appartamento ordinario ma è immerso in questo grande parco architettonico che si chiama Roma, in questa città di una storia unica e irripetibile.
La serata è gradevole. Si chiacchiera del più e del meno. Si rimembrano i bei tempi che furono. Poi riaccompagno Giordano a casa.
Mi dice che segue il mio blog. Mi chiede cosa ne penso del delitto dell’Olgiata. Rispondo in una maniera che lo sorprende. Lo sorprende negativamente. E ha ragione.
La traccia del Dna che ha portato all’incriminazione del Filippino Manuel Winston Reves era una notizia di appena un paio di giorni. Dissi a Giordano che se il filippino era veramente colpevole, avrebbe confessato, perché davanti a una prova così schiacciante non poteva fare altro. Però, e qui provocai il suo risentimento, credevo poco alla verità su quella traccia. Insomma, insinuai che fosse stata costruita da arte. Gli dissi che mi sembrava strano che dopo via Poma un altro delitto misterioso fosse stato risolto con la prova del DNA. Non riuscivo a capire come Winston aveva perso solo una singola, minuscola, microscopica macchia i sangue. Giordano mi bloccò dicendomi che stavo inquinando il ragionamento partendo da un presupposto del tutto arbitrario e privo di fondamento. Non potevo rispondere ipotizzando acriticamente che la polizia giudiziaria stava barando.
Aveva ragione. Mi chiese qual era la mia tesi per arrivare a una simile conclusione. Risposi che non riuscivo a piazzare Winston sulla scena del crimine. Non avevo mai creduto che a uccidere fosse un ladro. L’Olgiata è una piazzaforte, non si può entrare senza essere visti in qualche modo. Per me l’assassino era da cercare nelle persone presenti quella mattina nella villa. Per me l’assassino doveva essere una donna. Un ragionamento che i fatti hanno dimostrato errato. Ma forse la dinamica da me ricostruita non era sbagliata.


RICOSTRUZIONE PERSONALE DELL'OMICIDIO
La contessa Alberiga Filo Della Torre venne uccisa la mattina del 10 luglio 1991. Secondo il medico legale, la donna venne colpita alla volto da uno zoccolo di legno da lei stesso indossato. Quindi vi fu un tentativo di strangolamento tramite un lenzuolo e infine lo strozzamento con due dita della mano. Al momento dell’aggressione la contessa era in pigiama, un pantaloncino corto.
Dunque, quando la donna è stata aggredita era in abiti intimi. Siccome mi sembrava certo che la contessa conoscesse il suo assassino, ho pensato che non avrebbe ricevuto un uomo in quella tenuta ma solo una donna. Le due dovevano aver avuto un alterco. Dopodiché la contessa l’aveva licenziata bruscamente invitandola a uscire. Quindi si era girata per recarsi a letto, aveva tolto gli zoccoli per sdraiarsi ma si era accorta che la sua interlocutrice non era uscita dalla stanza, anzi l’aveva seguita. Così si era rigirata. Nel giro di pochi momenti il suo aggressore prende lo zoccolo da terra, glielo sbatte sul viso con violenza tramortendola, però non l’uccide. A quel punto è presa dal panico. Teme di venire denunciata. La contessa è una donna potente, per lei non c’è scampo. Quindi non ha altra alternativa che ucciderla. Ci prova dapprima con un lenzuolo (lo stesso che verrà trovato al collo della donna e sul quale verrà rinvenuto il DNA di Winston). Forse la donna riprende conoscenza, ma è sopraffatta, non può reagire. La sua assassina non riesce a finirla con il lenzuolo e allora prova a strozzarla. Quando è tutto finito, cancella le tracce come meglio può. Afferra dei gioielli per simulare una rapina andata male, chiude, si porta via la chiave e cerca di occultare gli oggetti.
La debolezza di questa ricostruzione l’avevo individuata da solo. Se l’assassino era all’interno della casa che fine hanno fatto la chiave e i gioielli? Dovevano essere ritrovati nell’abitazione. Però, per me erano punti forti due presupposti: la contessa conosceva l’assassino, l’assassino conosceva la casa.
Winston racconterà come sono andate le cose. Come ha fatto a entrare, cosa cercava. Possibile che Alberica l’abbia visto, non abbia urlato, non l’abbia cacciato di casa ma si sia messa a parlare con lui? O forse Winston era entrato non per andare nella stanza della contessa, bensì in altre camere? Poi ha visto che Alberica usciva e si è infilato nella stanza. Forse per rubare. Ma è tornata prima che Winston potesse uscire. A questo punto il filippino si è trovato perduto, perché è rimasto chiuso nella stanza con la contessa. Allora, forse ha cercato di sopraffarla senza farsi vedere avanzando quatto dietro di lei. Non con l’intenzione di ucciderla ma solo renderla inoffensiva. Ma lei sente una presenza, si gira, allora lui rapido afferra lo zoccolo e lo usa. Ormai lo ha visto, e le conseguenze sono fatali per la donna.
Ma vista così poteva essere Winston come qualunque altro. Invece per me, la contessa ha girato le spalle al proprio assassino dopo averci parlato. Convinto di questo ho supposto una donna. Perché Alerica, ripeto, era in short.
Ecco perché non riuscivo a collocare Winston sulla scena del crimine, perché per me in quella stanza c'era una persona conosciuta dalla contessa.
Giordano, assoggettando il ragionamento, mi ha chiesto se Winston poteva essere presente perché "intimo" di Alberica. Insomma, se poteva essere un amante. L'ho escluso. Non c'è nulla che confermi una simile ipotesi.
Forse Winston quando ha parlato con la contessa, questa indossava la vestaglia. Nello girarsi, ha dato per scontato che i filippino fosse uscito. Invece lui è rimasto rancoroso e vendicativo. Alberica si toglie la vestaglia, gli zoccoli, nel campo visivo dell'assassino gli zoccoli sono la prima cosa che vede e la utilizza come arma.
Insomma, la dinamica per me è questa. Solo che non si trattava di una donna.
Rimane da capire cosa ci faceva Winston nella villa. Voleva parlare con la contessa? E questa vedendolo in casa non avrebbe avuto nessuna reazione? Difficile crederlo,
Però, non avevo sbagliato del tutto considerando che un perfetto estraneo non poteva accedere nella villa. Winston, se ho ben capito, lavorava nel comprensorio dell’Olgiata, quindi poteva avere accesso alla villa. Come ha fatto a entrare senza essere visto è una cosa che va chiarita.
Ho scritto queste righe di fretta. Di ritorno da Roma. Non so quali novità ci siano sul caso, tranne che Winston ha confessato. Ma ignoro, al momento, la sua ricostruzione della dinamica omicidiaria.
Il filippino era stato però già stato messo sotto inchiesta nel 1991. Cosa non ha funzionato? Perché non è stato incastrato allora?
Sento il dovere di chiedere scusa per aver dubitato ai Carabinieri del Ris. Non ci si deve innamorare della propria tesi andando anche contro l'evidenza. Questa è la lezione di oggi.

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SOCIETA'
6 aprile 2011
NUNTEREGGAEPIÙ


Nuntereggaepiù
Il bunga bunga
Il processo breve
Il lodo alfano il lodo schifani
I cierielli
nuntereggaepiù
L’avvocato onorevole Ghedini i salvini
L’onorevole avvocato
I ministri delle Attività produttive
 I Cota
I corruttori gli idioti
I porcellum i porcelli le porcelle
nuntereggaepiù
I manigoldi i corrotti
Gli onorevoli Gelmini
I salvacondotti
nuntereggaepiù
Gli onorevoli Gasparri gli onorevoli Chicchitti
I ministri i viceministri i sottosegretari
i consiglieri comunali
I leghisti i pidiellini i pallisti
I responsabili i barzellettari i pallanori
L’assente per legittimo impedimento
nuntereggaepiù
I Giuliano Ferrara i zelanti
I nullatenenti i bertolasi
Gli Umberto Bossi
 I Liberi giornali i liberali
I cazzatari i salta fossi
I voltagabbana le puttane
I ministri del turismo
I bondi i moribondi
Il Giornale i giornalisti I Belpietro
I Sallusti i qualunquisti
Gli onorevoli parlamentari
nuntereggaepiù
I senatori della Repubblica
I consiglieri regionali i Panorami
I tgcomici canale cinque retequattro italiauno
I portatori di sventura
I consiglieri provinciali
I Mondadori i mulè
Le punture dei direttori
I conflitti di interessi
I dai tempo al tempo
I direttori i minetti
Le barzellette i malafedi i senza fedi
nuntereggaepiù

 


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letteratura
5 aprile 2011
Caro Montale...

Caro Montale,
oggi al mercato ho comprato due limoni,
due limoni siciliani;
avevano l’odore della mia terra,
ma nelle loro minuscole molecole
c’era il sapore antico delle stelle.



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letteratura
31 marzo 2011
Origo, dove nulla accade

Origo. Una striscia di terra, lunga e stretta. Un piccolo villaggio sul mare, tagliato fuori dal mondo. Pochi abitanti. Pescatori. Commercianti. Niente turismo. Nessuna speculazione edilizia. Pochi ragazzi. Poche ragazze. Una noia mortale. Albe. Tramonti. Rumori di onde che sbattono sulla costa. Reti buttate nelle acque. Vecchie barche ondeggianti nella loro monotonia. Odore di mare. Odori di pesce. Odori di brezza. Odori di niente. Irene. Capelli rossi. Iridi azzurre. Spenti. Su e giù sull'altalena. Sulla spiaggia. Solitaria. Sanguina il suo desiderio al raggio di sole che illumina la sua fenditura. E la scalda. Ma il dondolio scalda anche il cuore di Ettore. Da lontano. Dietro i vetri. E accende il suo desiderio. Non meno forte, non meno intenso di quello di Irene. Desiderio che si consuma in una impugnatura forte e decisa. Ritmata. Vento che scuote le onde fluttuanti. Flutti che s'infrangano sulla spiaggia. Nell'ombra della camera. In un mormorio leggero. Piano. Lamentoso. Sordo. Lunghi centimetri che si sprecano in un’agonia solitaria. E Irene che vola più in alto sull’altalena. Verso il sole. Verso la vita che si spegne solitaria all’ombra d’una camera. Dietro i vetri appannati. E una voce interiore che lo fa tremare, fremere nello spasimo prolungato del suo rossore. In una strozzatura che si confonde nelle pieghe tra i colori del vestito a fiori di Irene. Colori lancinanti. Punte velenose che arrivano dritte al cuore. Al cervello. E lo avvampano. E la sacerdotessa dell’altrui desiderio sorride nella calura pomeridiana. Sorride compiaciuta dei suoi vorticosi lanci. Sempre più in alto sino a toccare la punta arida del cielo. E il vestito a fiori che diventa nuvola d’argento. Mongolfiera che butta via la zavorra. O la voglia recondita. Misteriosa. Sottile. E quelle curve che si contraggano al riflesso della luce e che spingono allo spasmo. Giù e su. Giù e su, sino ad arrestarsi di colpo e restare inerme con i tacchi che sfiorano la sabbia, che l’accarezzano con lo sguardo fisso all’orizzonte, dove gabbiani si levano in alto, sempre più in alto, e s’abbassano a pelo d’acqua, quasi a cogliere un attimo di refrigerio dopo tanto ansare. Ora Ettore è calmo, tranquillo, fissa una pagina di storia, concentrato, annoiato, ma esausto e ogni tanto alza lo sguardo verso Irene, uno sguardo colpevole. Tre guerre puniche sono troppe anche per uno studente che di Annibale conosce appena il nome. Per lui sono più importanti le guerre che oggi giorno combatte a quell’ora contro i voli di Irene. E degli elefanti ricorda soltanto la proboscide che gli impedisce di essere uguale agli altri, e che nasconde alla vista maliziosa dei suoi coetanei.

Ma Origo è un piccolo villaggio dove i segreti non durano a lungo. Un villaggio dove gli abitanti s’annoiano e gli svaghi sono rari e gli uomini sono tutto il giorno sul mare. A pescare. A pescare. E la sera tornano stanchi. Affamati. E vanno presto a dormire. L’alba è sempre vicina. E le donne s’annoiano. A cucinare e a preparare da mangiare per quegli mariti che ogni giorno partono lontano. S’annoiano. E parlano. Parlano e bisbigliano. E i bisbigli alimentano la fantasia di Penelope. Stanca di impastare. Di affondare pugni nell’impasto, che allunga e accorcia, che stende e aggruma. Che si fa sangue e passione. Passione e desiderio. Voglia di trasgredire. Di vincere la monotonia. Il ritmo sempre uguale delle sue giornate. Desiderio di conoscere il peccato. E il suo oggetto. Affondare le mani nell’impasto, allungarlo e manovrarlo. Ritmarlo in un gioco nuovo. Perverso. Ma piacevole.

Origo, una striscia di vita sperduta nel mare, una scorza di terra dove nulla accade, dove tutto è uguale e fermo. E gli uomini e le donne sono stanchi d’aspettare un oggi uguale a un ieri, un domani uguale a un ieri. Solo le ombre spuntano da lontano ad acquietare una sete senza uguale. L’ombra di Ettore che s’allunga sulla parete. L’ombra di Irene disegnata sulla sabbia. L’ombra di Penelope nei riflessi d’una specchiera. Ombre che cercano un’armonia segreta, e sotterranea, folgori che sfuggono al cammino incrociato dei desideri. E che si disperdono nel vuoto. Origo,ove nulla accade e dove la solitudine si fa concreta, e non è un’astrazione dello spirito, ma diventa spirale penetrante. Una lingua di terra senza confini dove la sabbia si mescola alla noia. E la noia alla sabbia. Poche parole, tanti gesti. Soprattutto, tanti gesti muti. E sguardi furtivi. Colpevoli e tumultuosi. Ancestrali che fluttuano nelle onde delle pupille. Cupide. E che assorbano la luce morbosa delle case. Nell’intimo delle stanze disadorne, nella calda penombra pomeridiana, in mezzo a una brezza che spira da occidente e apre i cuori ai desideri repressi dentro un paio di pantaloni o in mezzo a un vestito a fiori. O in mezzo al petto ingrossato di Penelope, prorompenti dune che si slacciano in un impeto materno al pensiero di un altro giro di sole all’orizzonte senza meta e sempre uguale, lento nel suo incedere, e la vita che si consuma e che sbiadisce nei panni appesi a un filo, sottile e allacciato ai fianchi floridi di Irene, giovane ragazza ancora piena di speranze. Vitale. E sente scuotere nel cuore una voglia di tentare, di tendere ancora la sua rete di marinaio, catturare il grosso squalo che ossessiona le sue notti insonni, nella sua segreta solitudine, mentre tenta di placare con una carezza la sete d’amore. Ed Ettore che combatte nelle sue fantasie la sua guerra contro la sua achilleide epidermide che si accartoccia ai brividi di quella brezza estiva. E invano aspetta che Ulisse torni dal suo periplo a soddisfare le sue voglia. Meglio fantasticare su quel ragazzo impacciato, ma dotato di virtù rare e ricercate. E i vapori della terra si sollevano in un tumulto danzante, quasi ad incatenare in una danza antica, mitica, un’esperienza che si apprende e si ripete nel suo ciclo diafano, soffocando un corpo nelle sue lancinanti atmosfere mistiche, in cui la carne s’unisce allo spirito, e diventa tutt’una, anfora che raccoglie liquidi mucosi, nutrimento che fuoriesce da un tronco sapiente sotto i tocchi leggeri della mano. E gli effluvi che s’intensificano nel rifiorire della primavera, e che danno una sensazione tutta botticelliana, dove l’ambrosia si unisce al labbro mordente. Così accade ogni volta che la fantasia di Penelope naviga tra i flutti di un desiderio burrascoso. E invano aspetta Patroclo sulla riva del mare. Attesa vana. Nulla sfugge agli occhi di chi ama le pene di un amore non ricambiato. E allora non rimane che stare a guardare quelle vecchie carcasse che dondolano nel nulla, in un moto perpetuo, fumare un’altra cicca e lasciare che il mare tutto inghiotta nel suo inarrestabile avanzare. Patroclo che cammina lunga una striscia di terra, che non ha guerre da combattere, ma pensieri da cancellare, ombre da dimenticare nelle sue tracce fragili e leggere. Patroclo che è stanco d’ascoltare il rumore del mare e che aspetta che qualcosa accada.



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letteratura
24 marzo 2011
Edizioni CentoAutori


Mi piace la politica che questa casa editrice ha adottato nei confronti degli aspiranti autori: ha messo a loro disposizione una rubrica, "Inviaci la tua opera", dove ognuno può caricare il suo racconto, romanzo o saggio.

Per adesso ho caricato tre "opere":
I colori della vita e altre storie
Il prodigio. Racconto onirico
Rocciacavata
.
Cliccando
http://www.centoautori.it/Opera.aspx?Page=autore 
si possono leggere in versione integrale.
Ora, non so se effettivamente l'editore le prenderà davvero in considerazione, fatto sta che un qualsiasi lettore ne può prendere visione e può leggere "gratuitamente" cosa c'è di nuovo nel mondo delle proposte editoriali. Insomma, stanno lì a disposizione di chi ha voglia di leggerle.   

letteratura
19 marzo 2011
Il poeta e il filosofo: Umberto Saba - Eugenio Colorni

 
Del poeta Umberto Saba esiste un ritratto letterario scritto da Eugenio Colorni. Saba: una delle voci più sincere e limpide del Novecento. Ma Colorni? Chi era costui? Come scrive Claudio Magris, Colorni «è un uomo che ha scritto saggi su Bergson, Leibniz e Croce… è una delle grandi figure della lotta per la libertà, che vivrà a fondo in un crescendo impavido ed eroico, sino al confino a Ventotene, alla redazione clandestina dell’“Avanti!”, a varie azioni partigiane e alla morte il 30 maggio 1944 a Roma, due giorni dopo essere stato colpito dagli spari della milizia in via Livorno». A Trieste, nel 1934, dove insegna filosofia e pedagogia all’istituto magistrale Carducci, conosce e frequenta Umberto Saba (ritratto poi in Un poeta). Il ’34 è lo stesso anno in cui Saba conosce la svolta «modernista» di Parole, e proseguita in Ultime cose, pubblicate con premessa di Gianfranco Contini a Lugano, dove il poeta s’era rifugiato in seguito alle leggi razziali.
Saba è proprietario di un piccolo negozio di libri antichi, non distante dalla casa in cui abita Colorni. Il filosofo frequenta il negozio, ma evita il padrone, il quale era, come si direbbe, un uomo antipatico, e non poteva «soffrire il suo fare livido. Se gli domando un libro, mi fa capire che lui è un poeta. Se gli parlo di poesia, mi guarda, come dire: “Al sodo, signore! Io vendo libri”». Un giorno in cui lo trovò meno maldisposto, il filosofo gli domanda: «E’ vero che farà un’edizione definitiva delle sue poesie?». Il poeta gli risponde tutto sconfortato, dicendo “può darsi, anche se i giornali non se ne occuperanno e il pubblico non comprerà”. Il filosofo si mostra soddisfatto della lamentela del poeta e può dire a se stesso: «Ecco non è un poeta, è un ambizioso. Non pensa che al successo». Allora, quasi a mo’ di consolazione, il filosofo se ne esce con un paio di frasi convenzionali, «che il successo non è la misura del valore dell’opera, ecc.», ma Saba lo interrompe: «Non è vero. Il poeta scrive solo per il successo. Non mi venga a parlare di arte come espressione, come scopo a se stessa. La facoltà di esprimersi è, si capisce, un presupposto della poesia. Il poeta canta perché ha qualche cosa da dire: qualche cosa di diverso dagli altri, di eccezionale […] Ciò che il poeta esprime sono i suoi istinti proibiti, ciò che egli canta sono le sue colpe. E le canta per liberarsene, per confessarsi, per purificarsi. Se il pubblico gli volta le spalle queste colpe gli ricascano addosso, più tormentose di prima».

Al filosofo viene facile obiettare che, ammesso che la poesia serva a liberarsi dagli istinti proibiti, basta averle scritte queste cose, il consenso del pubblico è del tutto superfluo. Ma il filosofo si vergogna della sua frivolezza. Comprende che Saba chiede alla poesia «altre liberazioni, che tocchino il fondo segreto e inconfessabile dell’essere umano»; e di rimando il filosofo pensa all’«irresistibile pudore che prende ciascun uomo “sano”, o “normale”, al momento di rivelare ad altri qualche parte nascosta, quindi vera, di sé; al tremendo sforzo di sincerità che deve costare il dir “tutto”, a tutti. Al senso insopportabile di nudità che deve provare chi vede accogliere questo dono di sé, con distrazione, con indifferenza».
Dopo qualche tempo, il poeta diventa amico intimo del filosofo. Un giorno il poeta gli domandò a bruciapelo: «”E’ così sicuro, lei, di essere sano? È perché fa filosofia?” Da quel giorno, io non faccio più filosofia. Non saprei spiegare il perché». Ma leggendo più avanti il filosofo sa perché ha smesso di “praticare” un certo modo di fare filosofia: «C’è tutta una serie di cose, di cui non ho più paura: di parlare per approssimazioni, di dire “gli esseri umani”, anziché “Spirito”». È come se all’improvviso il filosofo scoprisse, dietro quella domanda semplice del poeta, il percorso inverso che la filosofia deve compiere rispetto alla poesia: liberare l’umanità, o meglio gli esseri umani, dai suoi istinti proibiti, acquisire la capacità di sapere mettere a nudo il suo essere inconfessabile
.


In una capanna sulla costa irlandese occidentale a Galway, nel 1948, c’è un filosofo che, in completa solitudine e malato di cancro, sta meditando sul valore della filosofia come terapia. Ha girato ormai le spalle alla filosofia tradizionale, e ha finito per obliterare il vasto spettro delle distinzioni entro schemi grammaticali rigidi, generando le caratteristiche malattie, inquietudini e sconforti intellettuali che sono la forma in cui si presentano i problemi filosofi. I problemi filosofici Wittgenstein li vive nel suo essere come Saba viveva nella sua anima i suoi assilli poetici. A me, poeta/filosofo, queste voci arrivano da lontano trasportate dal vento della storia; e le ascolto. In silenzio.

Eugenio Colorni, Un poeta e altri racconti, prefazione di Claudio Magris, il melangolo


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DIARI
17 marzo 2011
L'Italia è bella perché avariata


L’Italia è divisa in due parti:
quella che oggi lavora e quella che festeggia,
quella che vive a Nord e quelli che vive a Sud,
quella che vota Berlusconi e quella che vota contro,
quella che aspetta da una vita che giustizia sia fatta,
e quella che vuole impedire di fare giustizia,
quella che parla “italiano” e quella che parla dialetto
quella che vive in città e quella che vive nei paesi,
quella che ama il monocolore (il verde!) e quella che ama il tricolore,
quella che canta l’Inno di Mameli
e quella che vorrebbe cantare il “Nabucco” di Verdi
(forse perché richiama il verde);
quella che spera e quella che da anni è rassegnata,
quella che si commuove davanti alle tragedie
e quella che specula con le tragedie,
quella che guarda avanti con speranza
e quella che non ha occhi per vedere,
quella che opera onestamente nei suoi limiti
e quella che agisce furbescamente,
quella che guarda con rispetto il prossimo e quella che lo disprezza,
quella che ride e quella che piange,
quella che guadagna e quella che non guadagna,
quella che protesta e quella che non protesta,
quella che ama bere vino e quella che beve birra,
quella che legge e quella che non legge,
quella che s’informa e quella che non s’informa,
quella che guarda solo la televisione e quella che non la guarda,
quella che non muove neanche un dito per fare del bene,
e quella che si sacrifica per gli altri,
quella che va a messa e quella che ha smesso,
quella che divorzia e quella che si sposa,
quella che scrive e quella che non legge ciò che gli altri scrivono,
quella che vota e quella che si astiene,
quella che fa dieta e quella che non mangia,
…………………………………………….

Insomma, l’Italia è bella perché avariata!

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letteratura
6 marzo 2011
Presentazione a "Rocciacavata" (1994)


Maturai l’idea di scrivere questo lungo racconto nel marzo 1994. Lo portai a termine nell’estate. I personaggi erano tratti da «Il libro delle “vocazioni”». Ma avvertivo al suo fondo che in quei “bozzetti” la mia poetica rischiava di rimanere imbozzolato in uno stadio nostalgico tardoveristico. In verità, in quelle prove, il problema cruciale che mi ero posto era proprio quello di superare l’intento rappresentativo della realtà. Per fortuna, però, non sempre si ha ragione in tutto: un certo linguaggio referenziale, specialmente quando si trattano immagini, non può essere completamente abbandonato, altrimenti si rischia di cadere nel puro esercizio espressionistico, come è accaduto a tanti «gaddini», che hanno risolto il loro stile in un virtuosismo fine a se stesso.
Oltre la parola, prima della parola, c’è l’immagine: l’immagine è quel fondo preverbale che nasce dal contatto vivo con l’esperienza, e che soltanto in seguito, e non sempre, prende forma nelle parole, prolungandosi così nel tempo. Le parole scritte, dunque, sono copie false di quelle immagini, o rappresentano soltanto il tentativo di dar loro corpo. Ma il riflesso delle immagini spesso si stinge nelle parole. Avrei voluto recuperare il sapore evocativo delle immagini, quella realtà extralinguistica, che prima di allora giudicavo negativamente. Mi sono reso conto, in effetti, che tra la realtà dell’esperienza e quella linguistica esiste l’immaginazione, che non può essere assimilata alla parola, non equivale cioè alla «nebulosa» di saussuriana memoria.
In questo mio racconto lungo, il narratore è uno storico, che in ragione di una sua ricerca si ritrova a vivere per qualche tempo in un paese del Sud: Rocciacavata. Qui lo storico, già autore di saggi celebri, diventa amico o conoscente dei personaggi più influenti del paese. Tra loro spicca la baronessa Clara De Miranda: è una donna giovane, ultima discendente di una famiglia di notabili, che, pur essendo ricca e bella, vive ai margini del paese; anzi, guarda con distacco e animo disincantato quanto le accade intorno. È una lettrice accanita che non risparmia nessuna critica alla piccineria dei suoi concittadini.

Lo storico/narratore, mentre ricostruisce pezzo dopo pezzo la vicenda storica di cui si sta occupando, racconta anche i dialoghi e gli incontri con i personaggi del paese. Il protagonista avrà i dialoghi più importanti, che provocheranno delle conseguenze anche sulla sua ricerca, proprio con la baronessa. Tra i due si stabilisce un legame cerebrale, che riuscirà ad incatenare lo storico all’essenza spirituale della baronessa. Occorre notare che dello storico/narratore, anche se famoso e conosciuto, non viene mai pronunciato il nome. La sua identità è data soltanto dal proprio ruolo, quello appunto di storico o professore di storia, come se al di fuori di questa funzione egli non avesse esistenza. Egli infatti come uomo è un essere «invisibile»: s’aggira tra le strade e le viuzze senza essere «visto»: ciò che gli altri vedono è soltanto il suo ruolo. È infatti un uomo senza una «identità» che può svelarci verità inconfessabili. La verità è condotta per mano da chi identità non ha. L’aspetto stilistico che vorrei maggiormente sottolineare riguarda la scomposizione dei tempi narratologici. Nel racconto sono presenti due registri narrativi: il primo riguarda le esperienze vissute dal protagonista a Rocciacavata; il secondo il modo in cui egli ricostruisce le vicende storiche di cui si sta occupando. I due piani non risultano separati: la vicenda storica non ha nel racconto un’importanza marginale: anzi, per taluni aspetti, è più importante dello stesso presente, in quanto interagisce con esso, e le scoperte effettuate dallo storico hanno una profonda incidenza nello sviluppo della sua coscienza storica e umana. Per mettere in risalto questi due piani ho usato due ritmi narrativi diversi: un ritmo storico che dà l’apparenza della mutevolezza della realtà, e risulti essere un tempo che consuma e disfa ogni cosa senza conoscere sosta; e un ritmo metafisico che rallenta il flusso degli eventi e sembra porre ogni cosa in una dimensione temporale quasi assoluta. Lo stile paratattico nella sua intenzionalità aveva anche il compito di eliminare l’illusione che l’ordine delle frasi possa ricostruire fedelmente le azioni nella loro concatenazione. Il linguaggio verbale tradisce in sé l’antica e dotta aspirazione di poter ordinare il mondo in sequenze concatenate. L’uso dello stile ipotattico offre spontaneamente alla mente del lettore l’idea che nella realtà vi agisce una causalità intrinseca. Dal punto di vista del narratore i fatti, le scene e i dialoghi, così come accadono nel corso della vita, non hanno di per sé un vincolo tanto forte da sembrare anelli di una catena il cui senso si rivela alla fine di tutti i suoi passaggi. Se così fosse ogni vita cosciente dovrebbe attendere il limite della morte per scoprire infine la sua essenza ultima. Il senso che noi ogni volta scorgiamo tra le cose non è tra le cose stesse, ma soltanto nella nostra volontà o nel nostro bisogno di scoprire un senso nelle cose. Soltanto quando vediamo una prospettiva di vita conclusa o definitiva, allora pensiamo che tutto ciò che è accaduto è accaduto perché così doveva accadere. Ciò che in sé era pura possibilità, pura contingenza dell’essere, assume le sembianze della necessità, a cui noi diamo nome di “destino”. Paradossalmente è a questo bisogno che non possiamo sottrarci. È a questo bisogno che siamo condannati come un destino. Non sappiamo sopportare l’idea che oltre la contingenza, la pura causualità dell’essere, la volontà di crederci in ogni caso necessari al mondo e all’universo, parti di un disegno la cui forma in tutta la sua complessità ci sfugge, si rivela soltanto l’illusione della nostra vanità di essere.

La forma del racconto è circolare: la fine coincide con il principio. Il momento in cui il protagonista inizia a rievocare l’esperienza vissuta a Rocciacavata narratologicamente è posto alla fine del racconto dopo il suo ritorno in città. Il momento in cui lo storico decide di scrivere questo racconto si struttura all’interno di esso, ed è quindi parte del racconto stesso: l’impulso a scrivere si comprende solo dopo aver letto quanto egli ha vissuto a Rocciacavata. Idealmente si colloca al suo termine. In realtà, cronologicamente, questo momento si situa all’inizio del racconto: la decisione precede la scrittura. Giacché il narratore è interno, allora anche la sua scrittura e la decisione di scrivere non sono momenti che stanno al di fuori della realtà narrata, ma si interiorizzano nell’atto stesso di narrare. Sui contenuti estetici non spetta a me dire qualcosa. Dirò soltanto che sono costruiti intorno all’idea che i mali e i difetti di una società si possono osservare meglio in una realtà minuscola, anziché vivendo in realtà dalle dimensioni smisurate. È un’idea che ha le sue radici storiche nel pensiero rinascimentale, quando si credeva che macrocosmo e microcosmo coincidessero nella loro essenza. Qui i termini di confronto sono cambiati, ma non la scala di misura. Più che illustrare i suoi significati, compito che non mi spetta, vorrei elencare sommariamente alcuni filoni culturali presenti in questo racconto. Ci sono i filoni filosofici e quelli letterari. Tra i primi ci sta Hegel da un lato e Nietzsche dall’altro. Un’idea, che non ho mai abbandonata, è di derivazione hegeliana: dopo la lettura della Fenomenologia dello Spirito non ho mai rinunciato all’idea di raccontare la storia di una coscienza che cambia e si trasforma attraverso esperienze non esemplari, ma del tutto comuni e ordinarie. Il Nietzsche Dell’utilità e danno della storia per la vita è presente nel rapporto passato/presente: il passato non dev’essere vissuto come una cosa staccata dalla vita. Tra i filoni letterari, ci sta il romanzo «congetturale», un’idea ripresa da Vittorini, che, secondo me, non ha avuto una completa realizzazione. Anche la narrativa dialogica riecheggia quella vittoriniana di Conversazione in Sicilia. C’è al fondo la volontà di raccontare non tanto fatti, quanto conversazioni. È presente anche l’uso, molto discreto, del pastiche di derivazione gaddiana. In mezzo a questi due filoni come anello di congiunzione c’è Leopardi, quello delle atmosfere di vita quotidiana e quello della metafisica delle stagioni. C’è il Leopardi filosofo e il Leopardi poeta uniti in un unico e poetico amplesso. E al poeta/filosofo di Recanati dedico questo mio racconto.
Roma 1994


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letteratura
5 marzo 2011
Posticipando

I commenti con i lettori/visitatori non solo li trovo estremamente interessanti e stimolanti, ma mi danno modo di riflettere sulla mia attività “poetica”, e soprattutto di prendere coscienza di come questo mezzo di comunicazione letteraria e non solo (il blog) crei un rapporto nuovo e diverso tra il lettore/autore rispetto al passato. Da quando nella repubblica delle lettere si è affermato il mercato editoriale (nell’Ottocento), il fruitore dell’opera letteraria è diventato un volto anomino per il quale lo scrittore/autore scriveva. Ciò ha comportato un grande margine di autonomia per la letteratura occidentale che finalmente s’affrancava dalla tutela dei poteri estranei, come l’aristocrazia e la Chiesa. L’affermazione del mercato ha però comportato per l’autore un’altra forma di condizionamento perché li ha consegnati alla “tirannia” delle vendite. Lo stesso mercato editoriale spingeva gli autori a produrre opere vendibili e quindi che potessero interessare un pubblico di lettori sempre più ampio. Nelle attuali condizioni, un autore per far conoscere e diffondere la sua produzione letteraria non deve più sottostare alla tirannia del mercato editoriale. Io qui “pubblico” i miei racconti, le mie poesie, o le mie idee. Non ho più bisogno d’attendere con trepidazione la risposta dell’editore per sapere se un mio “lavoro” verrà o non verrà pubblicato. Mi sento più “libero” di scrivere ciò che voglio, poiché lo è anche il mio eventuale lettore/visitatore. Se vuole leggere qualcosa non ha più bisogno di spendere qualcosa, ma è sufficiente “connettersi” con l’autore che preferisce. Tuttavia, anche questa nuova forma di comunicazione crea delle forme di differenziazione perché la concorrenza è numerosa. Allora, ognuno al fine di allargare la sua platea è indotto a “strillare” il “titolo”. Più il titolo è enfatizzato, “bello”, efficace, strillato, appunto, è più è in grado di attrarre un numero maggiore di connessioni. Non importa il contenuto, ciò che importa è il modo in cui viene reclamizzato. Questo è il limite a cui questo nuovo mezzo va incontro. Ma un buon titolo può attrarre una tantum un numero di visitatori, ma non crea la categoria del visitatore/lettore costante, quello che legge ciò che scrivi per la sua qualità, per la sua forza intrinseca e non perché è stato attratto dal modo in cui lo si è reclamizzato.




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SOCIETA'
2 marzo 2011
Rivoluzioni e demografia



C’è una correlazione tra crescita demografica ed epoca di sconvolgimenti sociali? Posto in questi termini il problema potrebbe apparire troppo deterministico. Tuttavia, se analizziamo i periodi di sconvolgimento sociale possiamo constatare che di solito questi sono accompagnati da una forte crescita demografica. Ad esempio, tra il 1750 e il 1850 la popolazione in Europa subisce una netta accelerazione; il tasso annuo di incremento, pari ad appena 1,5% tra il 1600 e il 1750 aumenta a 6,3% . Questa accelerazione riguarda tutti i maggiori paesi (Massimo Livi Bacci). E proprio a metà dell’Ottocento, l’Europa fu sconvolta da una crisi rivoluzionaria di ampiezza e di intensità eccezionali. Ma non basta mettere in correlazione questi due dati. La crescita demografica deve essere accompagnata da un aumento della speranza di vita. Una popolazione con una tasso di crescita alto, ma con un tasso di mortalità altrettanto alto non ha modo di progettare il futuro. Ma la demografia non spiega tutto. Dobbiamo prendere in esame altre due fattori: crisi del “principio di autorità” e la capacita dell’“opinione pubblica” di esercitare un controllo sui comportamenti sociali. Quest’ultima può essere misurata dal livello di sopportazione che i cittadini hanno nei confronti dei privilegi goduti da una ristretta cerchia di persone. Voglio dire, più i privilegi sono tollerati ed accettati più è scarsa la capacità dell’opinione pubblica di esercitare una forma di controllo. Ma è soprattutto sul “principio di autorità” che occorre focalizzare l’attenzione. Principio d’autorità vuol dire che esiste un ordine verticistico del potere che, attraverso la scala gerarchica, si impone in modo automatico e senza discussione. Principio d’autorità inteso come sistema paternalistico di gestire la vita pubblica e sociale. Le società a potere centralizzato e non diffuso, con un forte tasso di crescita demografica, con una opinione pubblica capace di esercitare un maggior poter di controllo sui privilegi consolidati dalla prassi, possono dunque conoscere periodi di grandi sconvolgimenti sociali. Questi possiamo definirli come fattori strutturali. A fronte di questi fattori, bisogna considerare i fattori congiunturali: le crisi economiche in primo luogo. Le crisi economiche, però, sono di solito i fattori scatenanti, quelli che accendono la miccia dell’incendio. Insomma, credo che sulla base dei recenti avvenimenti gli storici dovranno rivedere le loro chiavi d’interpretazione.

Ps.
Grazie alla segnalazione di Fabio Marinelli, ho visto che c'è uno storico e demografo che ha analizzato questa correlazione, Emmanuael Todd. Lo si può leggere a questo indirizzo:
http://lararicci.blog.ilsole24ore.com/2011/02/si-potevano-prevedere-le-rivoluzioni-nel-mondo-musulmano.html

In questa intervista, alla domanda:
Quali sono gli elementi che vi permisero di arrivare a questa lungimirante conclusione?
Lo studioso risponde: "
Sono gli indicatori classici dell’analisi culturale. Il primo indicatore è il tasso di alfabetizzazione, con particolare attenzione ai giovani di 20-24 anni. Il secondo è il tasso di fecondità, che mostra il controllo che la gente ha sul proprio destino. Nel 2007 il tasso di alfabetizzazione nel mondo arabo stava aumentando con grande velocità. E, salvo qualche eccezione, la capacità di leggere e scrivere si era diffusa quasi universalmente nei giovani. Inoltre il tasso di fecondità aveva cominciato a diminuire drasticamente, seppure con variazioni regionali. È interessante osservare che il paese arabo che aveva il più basso tasso di fecondità – due figli per donna nel 2007 – era proprio la Tunisia. È un’analisi semplice, ma è considerata originale perché adesso la gente è ossessionata dai parametri economici, pensa che l’importante per valutare l’evoluzione di una società siano indicatori come il Prodotto interno lordo o gli scambi commerciali, mentre sono i dati che io uso a permettere di evidenziare un cambiamento di mentalità nella popolazione".

La mia era una semplice intuizione, non suffragata da una ponderata analisi di dati. Sulla base di questa intuizione si potrebbe individuare nel Pakistan il prossimo paese dove accadranno sconvolgimenti sociali. Ho notato che ha una struttura socio-demografica simile all'Egitto. Altro dato che a me interessava era che Europa in generale, e l'Italia in particolare, hanno in precedenza conosciuto la loro epoca di rivolgimenti sociali, durante il biennio '68/69. Anche in quella fase mi sembrava evidente che la protesta giovanile contro il principio di autorità fosse il contraccolpo di una crescita demografica esplosa dopo i cosiddetti anni del boom economico. Ora in Italia con una età media intorno ai 44 anni (uno dei più alti del mondo, dopo Giappone e Germania), si diventa "conservativi" anziché innovativi; cioè la struttura sociale tende a consolidarsi anziché sfaldarsi. Tuttavia, nei prossimi anni c'è da aspettarsi che, se nel frattempo non si è fatto nulla, gli "immigrati" di terza generazione (cioè i figli di immigrati i cui genitori sono nati in Italia) si ribelleranno per come sono trattati da noi a causa della forte presenza della Lega Nord. Appunto perché non sopporteranno più di essere esclusi dal diritto di cittadanza a tutti gli effetti.

letteratura
25 febbraio 2011
Partir vorrei, ma tu vuoi danzare. Il Bianco

La luce accartocciava la foglia gialla, all'imbrunire, nei riflessi verdi di una bottiglia vuota di spumante, avanti e indietro, rotolante in un cigolio calmo, senza sosta. Da lontano rintocchi di un orologio a pendola, flebili, calavano nella stanza. Il tuo sorriso, sparito dalla bocca un tempo traboccante di buonumore, si crogiolava nella sera ormai stanca. Qui sono e qui resterò. Tu mi dicevi. E a me non restava altro che partire quando tutto orami era fermo, e gli incubi non cancellavano le ombre sottili della sera che s'affollavano nella mente. Ah, se i tuoi desideri fossero candida neve, che fiocco dopo fiocco, soffice e leggera, s'accumula sul fondo della schiena, sopportarne il peso sarebbe un gioco da ragazzi! Ma i tuoi desideri son grandine, che non si scioglie e che s'abbatte a scudisciate sulla pelle, violenta e impura come quella di tamburo. Tesa. E così iniziasti ad eccitarmi. Sentivo brividi di freddo, ma non era freddo. Erano le prime contrazioni della mia pelle intirizzita. Le labbra che si contraggano in un ritmo pruriginoso. Il movimento delle gambe che s'aprano e si chiudono, dolcemente. Silenziosamente come la bottiglia verde rotolante nella sera. La mano che d'impulso corre in mezzo, quasi a voler frenare il ritmo voluttuoso che l'avvolge. T'alzi per un attimo e sollevi la gonna su fino all'inguine. Ammiro la tua sensuale biancheria. Mi piace accarezzare le gambe morbide e lisce e le tue calze di seta bianca. E cominci a premere la mia mano sulla tua calda conchiglia. La sento umida e vogliosa. Desiderosa di carezze. Morbosa. Ti lasci andare sulla sedia e allarghi le cosce chiudendo gli occhi. E ora a me piace inseguire le immagini che mi scorrono davanti. E penetrare nei tuoi pensieri. Caldi. Ascoltare il tuo respiro affannoso. I tuoi miagolii. Avvertire il calore delle guance che s'avvampano. La lingua che s'agita intorno alle tue labbra. Le forti vibrazioni delle tue dita. Il tuo urlo soffocato. E mi piace ora vederti abbandonata sulla sedia, con le gambe ancora aperte, ma come assorta, mentre le labbra piano pianino si ritirano. Languida. Quasi stupita e incredula. Richiudere tutto, ricomporsi, come se nulla fosse accaduto. Eppure, non so per quale misteriosa magia sia successo, ma quella sera non sono andato più via, e sono rimasto con te a danzare, anche in quella sera, come sempre.  


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DIARI
25 febbraio 2011
La strage degli innocenti e il potente paranoico: Elias Canetti


In Massa e potere, Canetti ha dato una definizione geniale del concetto di potere. Quando accadono degli eventi drammatici, s’invoca sempre l’imprevedibilità. Eppure, se si leggesse con maggiore attenzione quanto Canetti ha scritto quarant’anni fa, tanti fatti diventerebbero non solo prevedibili, ma persino banali nella loro concatenazione logica. Per Canetti, il potere è sopravvivenza. Potere e sopravvivenza sono, per Canetti, due modi diversi per dire la stessa cosa. Il potere c’è, perché c’è la sopravvivenza: significa che abbiamo visto la morte e abbiamo avuto la meglio noi. Non c’è sopravvivenza se non c’è rischio di morte. Ma Canetti distingue due gradi di sopravvivenza: il primo grado è quello dell’eroe, e pensa essenzialmente al guerriero. Il secondo, è quella del potente paranoico. Canetti non ha una visione positiva dell’eroe, per lui è un assassino, uno che vive per ammazzare, ma è un assassino che ammazza legalmente. Perciò le masse si dimostrano entusiaste per lo scoppio della guerra: questo avviene perché la guerra è autorizza legalmente ad uccidere. Noi pensiamo di difendere il bene contro il male, quelli che uccidiamo sono i cattivi, mentre noi siamo i buoni; quindi la guerra non è una malvagità, non è il piacere dell’essere cattivi. Nel soldato, uccidere è il modo più radicale per liberarsi dalla morte, non lo fa per sadismo o per piacere. La guerra suscita entusiasmo fino a quando si vince, se si perde si ha il senso della disfatta, della non sopravvivenza. E allora è facile che dalla massa aizzata si passi alla massa in fuga. Quindi la guerra, fino a quando le cose vanno bene suscita entusiasmo, perché offre la preziosa occasione della sopravvivenza, cioè l’esperienza del potere.
Il potente perfetto, per Canetti, è il potente paranoico; che differenza c’è rispetto al caso dell’eroe? L’eroe vuole sopravvivere, sfidando personalmente il rischio di morire, cerca e accetta il rischio di morire; è pur sempre un assassino, ma coraggioso, in qualche modo leale, perché accetta che gli altri lo possano uccidere: c’è un duello fra lui e la morte. Diverso è il comportamento che il paranoico potente ha di fronte alla morte: di fronte alla morte, della quale ha un terrore ossessivo, il potente paranoico fugge, si nasconde: ma questo non fa che accrescere la sua angoscia, perché egli vede la morte ovunque. Il potente paranoico (la paranoia è essenzialmente il complesso di persecuzione) vede il pericolo dovunque e in chiunque lo circondi: tutti sono nemici, tutti vogliono fargli del male. Se tutti sono nemici, egli si sente autorizzato ad ammazzare chiunque: è questo il ragionamento inconsapevole del potente paranoico. C’è un principio fondamentale in questo ragionamento: se gli altri uomini muoiono io soltanto sopravvivo. La morte degli altri gli dà la certezza della sopravvivenza. Più il potente paranoico uccide, meno corre il rischio di essere ucciso, di avere dei nemici, per cui questo comportamento di fuga è paradossale: più cerca di scappare dalla morte, più se la trova davanti; quindi si fugge, paradossalmente, dalla morte andando verso la morte e seminando la morte intorno. Questo avviene quando il potente paranoico si trova nella condizione di disporre dello strumento del comando, però il potente, in quanto tale, è già tutto nella sua paranoia; sarebbe un potente anche se non avesse la possibilità di comandare. Normalmente noi riconosciamo la figura del potente paranoico in colui che, effettivamente, dispone dello strumento del comando, che ha la possibilità di ordinare la morte di altri, e di essere obbedito in questo. La figura del potente paranoico è uguale sempre e dappertutto, possono cambiare i pretesti in base a cui uccidere, ma non cambierà la ragione fondamentale del perché lui uccide e fa uccidere: la sopravvivenza.

letteratura
23 febbraio 2011
Presentazione all'antologia "In vino veritas" instant-anthology dedicata al tema del rosso

Posto con piacere questa mail ricevuta dalla redazionelab

Gentile Autore,
scriviamo per informarla che un suo testo è stato inserito all'interno dell'antologia
dal titolo “ In vino veritas” IL ROSSO.  Il volume in uscita a  fine mese per Perrone LAB sarà p
resentato lunedì 28 febbraio 2011 alle ore 19, presso il Cafè Cretcheu ( zona Porta Pia)
Interverranno gli autori Ennio Speranza “La volubile e altre storie” e Marino Santalucia “ Versi riversi”
L'evento sarà seguito da un reading cui potranno partecipare gli autori
che si prenoteranno entro venerdì 25 febbraio.
Speriamo sinceramente che vorrà essere dei nostri
Cordiali saluti


Questo è il sesto racconto che la Perronelab mi pubblica. Insomma, insieme alle otto poesie pubblicate potrei definirmi un autore della Perronelab! Anche questo ultimo faceva parte di un ciclo di racconti ispirato ai colori della vita (o dell'arcobaleno), ossia alla varietà incantevole della vita. Chi desiderasse leggerlo su questo blog lo troverà nella sezione "I colori della vita" col titolo: Latebre di desiderio. I lettori di paperblog lo conoscono, invece, come Ritratto in rosso. Buona lettura.
 
http://perronelab.it/sites/perronelab.it/files/incipit/In%20vino%20veritas%20racconto.pdf
CULTURA
23 febbraio 2011
Machiavelli gabbato


Leggiamo come l’inventore del machiavellismo viene gabbato da una vecchia.

Lettera di Niccolò Machiavelli a Luigi Guicciardini (8 dicembre 1509)

Affogaggine, Luigi; et guarda quanto la fortuna in una medesima faccenda dà ad li huomini diversi fini. Voi, fottuto che voi havesti colei, vi è venuta voglia di fotterla et ne volete un’altra presa; ma io, stato fui qua parecchi dì, accecando per carestia di matrimonio, trovai una vechia che m’imbucatava camicie, che sta in casa che è meza sotterra, né vi si vede lume se non per l’uscio. Et passando io un dì di quivi, la mi riconobbe et, factomi gran festa, mi disse che io fussi contento andar un poco in casa, che mi voleva mostrare certe camicie belle se io le volevo comperare. Onde io, nuovo cazzo, me lo credetti, et, giunto là, vidi al barlume una donna con uno asciugatoio tra in sul capo et in sul viso che faceva el vergognoso, et stava rimessa in un canto. Questa vechia ribalda mi prese per mano et menatomi ad colei dixe: «Questa è la camicia che io vi voglio vendere, ma voglio la proviate prima et poi la pagherete». Io, come peritoso che io sono, mi sbigottì tucto; pure, rimasto solo con colei e al buio (perché la vecchia si uscì subito di casa et serrò l’uscio), la fotte’ un colpo; et benché io le trovassi le coscie vize et la fica umida et che le putissi un poco el fiato, nondimeno, tanto era la disperata foia che io havevo che la n’andò. Et facto che io l’hebbi, venendomi pure voglia di vedere questa mercantatia, tolsi un tizone di fuoco d’un focolare che v’era accesi una lucerna che vi era sopra; né prima el lume fu apreso che ‘l lume fu per cascarmi di mano. Omè! fu’ per cadere in terra morto, tanto era bructa quella femina! […].

Niccolò Machiavelli, Lettere,

Segretario della Repubblica fiorentina con l’incarico di reggere la seconda Cancelleria, nel novembre del 1509 Machiavelli è a Mantova con l’incarico di versare a Massimiliano d'Austria il tributo annuo della sua città. Il 21 novembre parte per Verona, dove deve incontrare lo stesso imperatore, non senza aver lasciato nella città lombarda una delegazione capitata dall’amico Luigi Guicciardini. Tra Machiavelli e Guicciardini, costretti a presenziare in città diverse, nasce un corrispondenza, che sfiora gli argomenti più disparati, tra cui il rapporto con le donne.


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DIARI
21 febbraio 2011
La grande ubriacatura è finita

Tra qualche settimana, o anche meno, processo breve, bunga bunga, giustizia, processi, leggi ad personam, ecc. ecc. ci sembrerà tutto come una grande ubriacatura, un momento di eccesso, di effervescenza collettiva, quasi un momento di festa, perché, tra qualche settimana, quando la crisi libica batterà alle porte con tutta la sua virulenza, si parlerà di caro-vita, aumento della benzina, licenziamenti, di ondate di immigrazione; lo imporranno gli eventi, i fatti drammatici che stanno accadendo sulle coste di fronte all'Italia; all'improvviso, tutto ciò che fino ad oggi appariva così importante, vitale, diventerà qualcosa che appartiene a un'altra epoca, o che apparteneva a un altro pianeta, e noi lì a pensare, travolti dalla violenza degli avvenimenti, come facevamo a preoccuparci di quelle cose effimere quando tutto il mondo mediterraneo era in rivolta, quando a due passi da casa nostra avvenivano tutti quei massacri. Tutto andrà a finire sullo sfondo, e, purtroppo, questa volta non dovremo più occuparci di barzellette, ma di cose serie, maledettamente serie. Sarà la fine di un nuovo inizio. 




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SOCIETA'
19 febbraio 2011
Non gli indifferenti, ma i qualunquisti mi fanno paura

A me più che gli indiferrenti, fanno paura i qualunquisti, quelli che dicono che così fan tutti, che è da sciocco indignarsi, che non sei furbo abbastanza, che se t'indigni è perché non hai capito nulla del mondo, della specie umana, perchè sei un invidioso, non hai nessuno che ti raccomanda, che ti dà una mano, che l'onestà è il valore dei perdenti, dei falliti, di coloro che non essendo furbi nella vita hanno trovato un alibi, quelli che ti dicono che è inutile lottare per un mondo migliore tanto vincono sempre loro, alla fine, i furbi, i corrotti, i corruttori, i lecca lecca, i don abbondio, le labbra ammosciate, e tu sei solo un fanatico, un savonarola ritardato, un moralista che non ha capito come gira il mondo, un illuso, un fregnone, un sottoprodotto umano; sono i qualunquisti che ti tolgono la voglia di vivere e di lottare, di costruire un mondo a misura umana; dagli indifferenti puoi difenderti con l'indifferenza, ma contro il qualinquismo non hai armi, non hai difesa, non sai cosa dire, come rispondere, perché ad ogni tua obiezione tirano fuori un caso umano, una storia, una vicenda che vanifica i tuoi discorsi, il tuo impegno, il tuo amore per un senso di giustizia terrena, per una distribuzione equa dei beni; sono i qualunquisti il vero morbo che fa ammalare le società, che le ammorba, le fa diventare un ventre molle, senza spina dorsale, che permette e concede tutto, tanto tutto è inutile; l'indifferenza è solo l'ultimo stadio del qualunquismo, della rassegnazione, della sfiducia. Ecco perché più che l'indifferenza a me fa paura il qualunquismo.  




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letteratura
19 febbraio 2011
Il contadino stolto e la volpe


Un giorno, uno stolto contadino decise di porre fine alle ruberie di polli e chiamò una volpe architetto affinché costruisse un pollaio a prova di ladri. È una vera e propria persecuzione, cominciò a lamentarsi il contadino. Non ne poteva più. Dal tempo in cui  abitava in questo posto, aveva subito tanti e tanti furti. Sono il contadino più sfortunato della storia. La volpe lo ascoltava con attenzione. Sembrava persino compenetrarsi del dolore del contadino. Poi cominciò a dire che in realtà se subiva tutti quei furti la colpa era dei suoi polli così poco combattivi che quando vedono il ladro anziché reagire preferiscono farsi catturare. Il problema era che li nutrisse poco, e perciò non appena vedono un ladro preferiscono consegnarsi spontaneamente alle sue mani nella speranza di vivere meglio. Ai polli, diceva la volpe, bisogna dare l’illusione che stanno bene, che mangiano e bevono a volontà, che hanno bei pollai. Tu, disse la volpe, metti i tuoi polli davanti a uno specchio, così hanno modo di ammirarsi e vedere quanto ogni giorno diventano più belli e più grassi. Insomma, se alla fine subiva tutti quei furti la colpa era sua che non sapeva come trattare i suoi polli. Lo stolto contadino ascoltò i consigli della volpe e ordinò di costruirgli pollai confortevoli pieni di specchi. Questi, effettivamente, cominciarono a vedersi allo specchio più grassi di prima a tal punto che non avevano più voglia di muoversi quando la volpe s’avvicinava e non avevano neanche la voglia di strillare. La soluzione piacque anche ai polli, perché ora la volpe non aveva più bisogno di catturare tanti polli per soddisfare la sua fame, ma ne bastava uno per volta. In fondo, pensavano i polli, ogni volta che la volpe cattura tranquillamente uno di loro, non è mica toccato a me, ma sempre al mio vicino. Anche il contadino era contento perché ora si vedeva rubare un pollo alla volta. Insomma, come accade nelle migliori favole, vissero tutti felici e contenti!




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POLITICA
18 febbraio 2011
Giuliano Ferrara: prossimo candidato premier?



Atmosfera crepuscolare. Di quelle che annunciano la fine di un ciclo o di una stagione intera. Allo stesso tempo cupa. Livorosa e piena di acredine. Per ciò che si è fatto. Ma, soprattutto, per ciò che non si è fatto e si poteva fare. Così m’è sembrato Giuliano Ferrara alla manifestazione del Teatro del Verme di Milano. A rilanciare un Cavaliere deludente. Credo che l’operazione non convinca neanche il suo mentore. Giuliano Ferrara: il personaggio meno compromesso dal berlusconismo. Un intellettuale organico del berlusconismo. Consigliere del Principe. Della sua mancata “rivoluzione liberale”. Titolo gobettiano. Nobile. E adesso che s’aspetta la corte del Principe? Una nuova riscossa. Un rigurgito di liberalismo o di liberismo? Tutti pendevano dalle labbra del consigliere. Perché quelle del Principe sono ripetitive. Stantie. Non sanno dire nulla di nuovo. Loro nell’intimo lo sanno. Lo temono, ma lo sanno. La forza attrattiva di Berlusconi s’è esaurita. Non macina più consensi. Il paese è stanco, deluso, distante dal Palazzo. L’unica attrattiva che riesce ad esercitare è soltanto su qualche deputato che non vuole rinunciare al suo mandato parlamentare. Poca cosa. Niente. Hanno paura di essere spazzati via dalla storia. Dalla forza travolgente degli eventi. Al centro di quella corte non c’era più il Principe, ma il suo Consigliere. Era lui l'uomo capace di trovare il tono e le parole giuste a dare una scossa a quel centro-destra debole. Smarrito. Il consigliere sa che il Principe è stanco: a chi si rivolgeva quando parlava di rilanciare lo spirito del ’94? A se stesso. Tornare alle origini, al punto da cui si è partiti. Accade sempre così quando s'avverte la fine di un ciclo. Sono sempre le anime ribelli ad emergere e ad affermarsi con più forza. Gli altri sono pavidi, spaventati dal vento nuovo che spira dal paese. Hanno paura di questa ondata "moralizzatrice". L'iniziativa passa agli intransigenti, agli "arditi del popolo", a coloro che non hanno paura del giudizio del pubblico, anzi, che amano sfidarlo e stuzzicarlo, solleticarlo e provocarlo.
Il consigliere con la benedizione del Principe s’è posto al centro della corte. E la corte applaude. L’intellettuale meno compromesso dal berlusconismo, e forse per questo il suo miglior interprete. Colui che conosce meglio le debolezze degli avversari. I suoi punti di forza. Sa come attaccarli. Sa dove attaccarli. Conosce il loro terreno. Ne ha dato una dimostrazione: moralisti ed ipocriti li ha definiti. Spioni della Stasi. E lì a difenderci da quelle accuse, come fossimo colpevoli. Ma conosce anche le debolezze della propria parte. E poi non rappresenta nessun segmento di quella corte. Perciò può comprenderli tutti. È al di qua e al di là del berlusconismo. È dentro e fuori. Ed è con questo consigliere che occorre prossimamente fare i conti, quando il Principe agirà dietro le quinte. Giuliano Ferrara: il prossimo candidato premier del posberlusconismo. Il suo ultimo ambasciatore. Il suo ultimo trascinatore.




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CULTURA
15 febbraio 2011
La doppia morale della Chiesa italiana


La passione civile di Paolo Sylos Labini

Ho tra le mani questo libro/intervista che l’economista Paolo Sylos Labini (1920-2005) rilasciò al giornalista Roberto Petrini. L’intervista risale al 2001, ma il lettore, se non fa caso alla data, può credere che sia stata rilasciata sì e no qualche settimana fa. Nel capitolo finale, Il fenomeno Berlusconi, ci sono degli spunti davvero interessanti su cui riflettere. In particolare, mi ha colpito l’analisi che Sylos Labini faceva sui ruoli diversi che la Chiesa ha svolto nel corso del tempo. Una riflessione che ha ancora qualcosa da dirci: «Forse, i problemi più gravi, per lo sviluppo civile dell’Italia, la Chiesa li ha creati prima, col potere temporale, poi, dopo la seconda guerra mondiale, con la tendenza a far tradurre da governi amici in leggi quelle che rappresentano prescrizioni morali . scomuniche, minacce ultraterrene – non con leggi che appartengono al potere temporale. All’interno della Chiesa, lo sappiamo, le posizioni sono molto differenziate. Ma spesso quella che prevale è la posizione peggiore dal punto di vista civile. A suo tempo andava bene Mussolini, oggi va bene Berlusconi». In pratica, si domandava Sylos Labini, perché la Chiesa ha dimenticato la «lezione biblica» in cambio di un piatto di lenticchie? La Chiesa ha preferito avere «norme coercitive in luogo di prescrizioni morali, soldini alle scuole confessionali, da ottenere aggirando la Costituzione piuttosto che auspicandone la modifica»: «Tutto ciò è gravemente immorale e terribilmente diseducativo dal punto di vista civile. Una Chiesa che per mediocri vantaggi temporali si comporta in modo immorale non può pretendere di fare la guida etica dei fedeli e degli infedeli, può pretendere e ottenere solo devozione esteriore».

Ciò che Sylos Labini afferma a proposito della «tendenza a far tradurre da governi amici in leggi quelle che rappresentano prescrizioni morali» coincide perfettamente con quanto ho scritto in “Peccati privati o pubblici reati”. I “peccati” vengono tradotti in legge dello Stato. Chi le infrange commette reati. Ma quando l’opinione pubblica chiede a chi ha commesso quei reati di rispondere all’accusa, allora viene tacciata di “puritanesimo”, perché in realtà, secondo la difesa, non si tratta di reati ma di semplici peccati! Insomma, siamo al corto circuito della politica. Ma dalla riflessione di Sylos Labini emerge un aspetto che i tempi attuali stanno mettendo in evidenza: tutta questa discussione che si sta svolgendo sul senso del peccato, sta incrinando moralmente proprio il magistero della Chiesa. Cerco di chiarire bene il mio concetto perché la questione è un po’ ingarbugliata.
Ho letto che il 46% dei cattolici “assolve” Berlusconi dai suoi presunti peccati. La ragione di questo atteggiamento è molto semplice, come hanno detto da più parti: meglio un peccatore incallito che fa leggi a favore della morale della Chiesa, che uno stinco di santo che fa leggi contrarie all’etica cattolica. E qui ritorniamo al “piatto di lenticchie” di cui parlava Sylos Labini. Quando un magistero morale perde la sua autorevolezza, allora s’affida all’autorità civile. Lo dico in altri termini: quando non sa o non riesce più governare le coscienze, allora tenta di governare i comportamenti. Ma per farlo è disposto ad allearsi con chiunque. Non importa quali o quante qualità morali questa autorità civile possieda, l’importante è che con la forza della legge sappia difendere le proprie istanze morali. Machiavellicamente il fine giustifica i mezzi. Di conseguenza, se domani sarà necessario per far valere i propri principi morali (e i propri interessi) allearsi con il “diavolo”, la Chiesa insegna che è disposto a farlo. Ma se la Chiesa è disposto a fare questo, per quale ragione non dovrebbe esserlo anche il comune cittadino?

Prima del secondo conflitto, le gerarchie ecclesiastiche hanno sostenuto e favorito il fascismo in cambio di un piatto di lenticchie, in seguito lo hanno fatto con la Democrazia e oggi lo fanno con i governi di centro-destra. Perché le gerarchie cattoliche hanno bisogno che ci sia uno Stato che ratifichi i loro “precetti morali” (e loro interessi)? Per una semplice ragione: perché le stesse coscienze cattoliche non ascoltano più i “precetti morali” predicati dalla Chiesa. Facciamo un esempio concreto: la morale cattolica proibisce la fecondazione eterologa. Un “buon” cattolico che crede fermamente a quanto dice la Chiesa evita questa pratica. Che ci sia o non ci sia una legge a favore o contraria alla fecondazione eterologa, al “buon” cattolico la cosa non “interessa”: se egli scegli di non praticare questa strada non è perché c’è una legge che glielo proibisce, ma perché c’è la sua convinzione morale. Se la Chiesa fa tradurre in legge dallo Stato un suo rispettabilissimo principio da un lato dimostra di essere più forte dello Stato perché in grado di far diventare i suoi principi etici in etica dello Stato, da un altro lato dimostra la sua debolezza, perché sa che senza quelle leggi i principi morali predicati cadrebbero nel vuoto delle coscienze degli stessi che si dichiarano cattolici. In cambio della traduzione in legge però quella parte politica chiede il voto dei cattolici. E quei voti non servono soltanto per costituire maggioranze pronte a tradurre in legge i precetti della Chiesa, ma anche per fare altre politiche sociali, ad esempio, per votare leggi contro gli immigrati, contro le politiche sociali, leggi che non sono viste di buon occhio da una parte della Chiesa, ma che sono “tollerate” in virtù di una suprema ragion di stato (vaticano).
Anche quando diede il suo sostegno politico al fascismo, la Chiesa dovette sottostare allo scioglimento delle sue organizzazioni religiose (l’Azione cattolica), dovette sopportare le Leggi razziali del fascismo. Anche in questo caso si piegò alla ragion di stato valutando più i vantaggi che avrebbe tratto dall’abbraccio con il fascismo, che non gli svantaggi. Ma agendo in questo modo la Chiesa sta rivelando ogni giorno la sua doppia morale, e, se non nell’immediato storico, tra non molto tempo, quando sarà palese a tutta l’opinione pubblica, ne pagherà un prezzo altissimo. In altri termini, sta facendo palesare di avere una morale guidata dalla Ragion di stato (la difesa degli interessi), e una morale guidata dall’essere un “ente spirituale”. Sennonché, in quest’ultimi tempi la seconda appare sempre più offuscata, mentre l’altra emerge con sempre più forza. Diciamo così, per semplificare: la Chiesa è attraversata da una morale politica (al servizio dei suoi interessi) e da una morale spirituale, e spesso, in nome della prima è costretta a rimuovere la seconda. In pratica, sacrifica la seconda sull’altare della morale politica. La morale politica è, tradotta nelle parole di Sylos Labini, è il piatto di lenticchie: non solo i finanziamenti alle scuole confessionali, l’esenzione dell’iva delle proprie attività commerciali, ecc., ma soprattutto leggi in difesa del suo credo religioso. Ma dov’è il danno maggiore che la Chiesa sta compiendo con questa doppia morale? Risiede nel fatto che ha iniettato, in questo ultimo secolo, nelle coscienze civili degli italiani questa idea. Buona parte degli italiani che si dichiara cattolica comincia a pensare e ad agire con questa doppia morale: un conto sono i miei interessi particolari, un conto sono i miei principi morali. E pur di difendere questi interessi sono disposto a sostenere chiunque, anche quando quel chiunque contraddice i miei principi morali. Che male c’è? In fondo, se lo fa la Chiesa perché non posso farlo anch’io? E poi non è la stessa Chiesa a dirmi che siamo tutti peccatori? E allora che diritto ho io di giudicare il prossimo? Se questo prossimo mi torna utile che m’importa se sia un peccatore incallito? Machiavellicamente, il fine non giustifica i mezzi? E, allora? Quindi, se questa parte politica continua a garantirmi determinati interessi, per quale ragione devo pretendere la sua irreprensibilità? Ecco, ciò che la Chiesa sta facendo emergere: fragilità della sua autorevolezza morale. Se l’avesse conservata, direbbe: noi non siamo disposti ad allearci con chicchessia pur di fare i nostri interessi. Noi abbiamo la nostra autorità e non abbiamo bisogno di quella civile per sostenerla. O almeno, se c’è qualcuno disposto a farlo quantomeno la sua condotta dev’essere in linea con la nostra morale. Allora, anche al cittadino arriverebbe questo messaggio: no, non sono disposto a sostenere chiunque in cambio della difesa dei miei interessi. Chi difende i miei interessi voglia che sia una persona la cui condotta s’accordi con i miei principi morali! Ora, tutto dipende dal fatto se questi interessi sono interessi leciti o semileciti o illeciti. Nel primo caso, trovare una sintonia tra gli interessi leciti e la condotta morale di chi li difende diventa normale. Quando invece questi interessi non sono leciti, non importa sapere quali sono le qualità morali di chi li difenda. Anzi, meno qualità morali avrà è meglio è. Anche questo discorso ha una sua coerenza, ma non dovrebbe avere l’avallo della Chiesa. Invece, accade proprio questo: il cittadino si sente incoraggiato in questo senso proprio dal comportamento della Chiesa. Attenzione, l’argomentazione, che ho sviluppato qui laicamente, sarà prossimamente fatta propria da altre confessioni religiose concorrenti, che incalzeranno la Chiesa proprio su questo terreno. E se non con noi laici, la Chiesa, quando quelle confessioni la incalzeranno, dovrà farci i conti e arrivare a un atto di chiarimento cristallino.

CULTURA
13 febbraio 2011
Se questo è un uomo: processo a Socrate


Dopo la caduta del governo dei Trenta tiranni, i democratici tornano al potere. La rinata democrazia ateniese accusa Socrate di «corrompere i giovani» e lo condanna a morte. Per quale ragione il filosofo accetta la condanna, anche se la considera ingiusta, e non solo si rifiuta di fuggire, come gli avevano consigliato i suoi amici, ma, di fronte ai giudici, rivendica la portata del compito che egli ha svolto per la sua città? Leggiamo quanto scrive lo storico della filosofia Francesco Adorno: «…l’uomo in quanto uomo è dialogo e rapporto, cioè in quanto è societas, si capisce come per Socrate cominci ad esservi uomo quando c’è la legge, quando si costituisce vita politica, e come quindi ogni uomo sia uomo in quanto è “figlio” delle leggi (cfr. Critone). E poiché non esiste uomo in astratto e Leggi in astratto, l’uomo è sempre uomo in un certo momento storico, la legge è sempre legge in un certo Stato. E la legge di questo o quello Stato, che costituisce questo o quel rapporto politico, questa o quella “società”, potrà essere modificata, ma in quanto discussa e, insieme agli altri, sostituita. L’uomo, dunque, che si sottrae alla legge di questo o quello Stato, venendo meno ai patti, venendo meno al giuoco umano, cessa di essere uomo. Se Socrate, condannato a morte dalla legge dello Stato, perché ritenuto colpevole di avere con la sua parola corrotto i giovani e negato le patrie divinità […] fosse fuggito e fosse andato in altro luogo, avrebbe davvero cessato di essere uomo. Invece, morendo, sia pur in nome di una legge che poteva essere stata ingiustamente applicata, Socrate rimane uomo» (F. Adorno, La filosofia antica).




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POLITICA
12 febbraio 2011
Peccati privati o pubblici reati?

No. Non ci sto come uomo di sinistra ad essere tacciato di puritanesimo e moralismo. Da questi neobigotti di turno. Nel mio credo politico è iscritto la libertà di comportamento e il rispetto dell’altro, il senso di responsabilità e il rispetto della dignità. Uno dei motivi per cui mi sono schierato da questa parte politica è proprio per evitare che ci sia un’altra parte che possa impormi i suoi valori, i suoi comportamenti per decreto legge. Cosa afferma il cosiddetto antimoralista dell’ultima ora? Leggiamo questa risposta del premier sul sito del Popolo della Libertà: «Chi, come voi dite, predica una Repubblica della virtù, con toni puritani e giacobini, ha in mente una democrazia autoritaria, il contrario di un sistema fondato sulla libertà, sulla tolleranza, su una vera coscienza morale pubblica e privata. Io, qualche volta, sono come tutti anche un peccatore, ma la giustizia moraleggiante che viene agitata contro di me è fatta per ’andare oltre’ me, come ha detto il professor Zagrebelsky al Palasharp. E’ fatta per mandare al potere attraverso un uso antigiuridico del diritto e della legalità, l’idea di cultura, di civiltà e di vita, di una élite che si crede senza peccato, il che è semplicemente scandaloso, è illiberalità allo stato puro». Il ragionamento è molto semplice: siamo tutti peccatori, per cui chi si è senza scagli la prima pietra. Tradotto: mi perseguitano per i miei innocenti peccatucci, perché non sanno a cosa attaccarsi. Ora dal momento che le élite non riescano a sconfiggerlo politicamente, allora s’affidano a soluzioni extraparlamentari: la magistratura, in primo luogo, che leninianamente assume la funzione di “avanguardia rivoluzionaria” al fine di scardinare il “voto popolare”.
Anzitutto, andiamo al primo punto: io non mi credo peccatore semplicemente perché non credo alla categoria del “peccato”. Non sono cattolico, non ne seguo i precetti. Il peccato è una categoria a me estranea. Si commette peccato, nella morale cattolica, quando all’amore di Dio si sostituisce l’amore per qualcosa di terreno: il sesso, il cibo, il denaro, ecc. Io amo i beni terreni e materiali (come scrivono i cattolici), perché amo la vita, ma come ogni uomo prudente non amo gli eccessi, che quando arrivano agli estremi danneggiano il corpo. Non li amo non perché ho timore di fare peccato, ma per evitare di “danneggiare” il corpo. E ogni volta a decidere cosa danneggi il corpo voglio essere io, in piena libertà di coscienza. Non mi piace che siano i moralisti cattolici a deciderlo al posto mio. E se io pretendo il rispetto altrui delle mie scelte è perché io rispetto le scelte altrui. Così, se sono disposto a rispettare le idee altrui, pretendo che l’altro rispetti le mie idee. Magari ci confrontiamo, ognuno con le sue argomentazioni ragionevoli, e alla fine possiamo anche cambiare idea. Chissà. Se vedo che l’altro ha argomenti più ragionevoli dei miei sono disposto a rivedere le mie. Ma non amo gli attacchi alla persona, non amo che qualcuno anziché criticare nel merito le idee critichi la persona, il suo stile di vita, le sue origini, la sua appartenenza. A meno che non lo faccia per richiamarlo alla coerenza tra il dire e il fare. Significa richiamare l’altro alle sue assunzioni di responsabilità: se affermi la validità di un principio poi devi essere conseguente nella sua applicazione. Altrimenti, non hai nessuna necessità di credere a quel principio. Allo stesso tempo devi renderti conto che ogni principio assunto vale nella tua sfera soggettiva. Non puoi pretendere di imporlo agli altri perché lo ritieni valido assolutamente. Infine, se sei classe dirigente hai i mezzi necessari per convincere il maggior numero possibile di pensarla allo stesso modo, ma come tale sei anche consapevole che esisterà una minoranza per quanto piccola che non riuscirai a convincere, e alla quale non puoi imporre le tue convinzioni con decreti legge. Se tu pretendi come legislatore da me come cittadino che io rispetti la legge, il codice penale, io come cittadino pretendo che anche tu rispetti la legge e il codice penale. Magari su tante leggi fatte da te legislatore neanch’io come cittadino sono d’accordo, ma le rispetto comunque e poi magari mi batto con i miei modesti mezzi per poterle abrogare o modificare. Ma finché vige io sono tenuto al suo rispetto. E lo pretendi. Ma anche tu, come legislatore, devi rispettarla. E lo pretendiamo.
Sono d’accordo con il premier quando afferma che «una democrazia autoritaria» è «il contrario di un sistema fondato sulla libertà, sulla tolleranza, su una vera coscienza morale pubblica e privata». Ma chi ha vietato in Parlamento la fecondazione assistita eterologa? Chi ha vietato l’abolizione degli ordini professionali? Chi ha vietato la libertà di scegliere di mettere fine alle proprie sofferenze? Chi porta in Parlamento e nelle commissioni leggi che impongono la censura preventiva alla libertà di espressione? Chi ha votato la legge sulla prostituzione? Chi impedisce in Parlamento la possibilità di vedersi riconosciuti le coppie di fatto? Chi ha votato le leggi più severe sull’uso delle droghe leggere? Chi vuole eliminare il diritto allo studio? E l’elenco potrebbe continuare. No, qui non ci sto: per fare un favore a una Chiesa (che ha perso ogni autorità morale per imporre alla coscienza dei suoi fedeli i suoi precetti) hanno limitato la libertà decisionale dei cittadini. Facendo strame del senso di responsabilità e di libertà. Insomma, una proposta politica che a tutti gli effetti ha fatto di tutto per far sentire i cittadini più che peccatori dei “trasgressori” della legge, adesso che (una parte) si ribella perché crede che qualcuno abbia trasgredito la legge, viene tacciata di moralismo, non cattolico, ma “giacobino”! Insomma, adesso quella stessa parte politica è infastidita perché si sente giudicata per i suoi peccati, anziché per i suoi reati. Ed ecco che tira fuori il falso moralismo della sinistra. 
Già, ma quando una cittadina qualsiasi pratichi la fecondazione eterologa (in Italia) e trasgredisce la legge viene giudicata dal codice penale non dal codice morale della Chiesa. In pratica, ciò che la Chiesa considerava peccato è stato “spacciato” per reato. E questo, grazie, a una maggioranza politica che si è piegata ai "valori/voleri" del Vaticano. Ora si sorprendano quando gli stessi, che hanno convertito i peccati in reati, sono accusati di reati anziché essere giudicati come semplici peccatori! Però, anche qui dobbiamo pretendere la coerenza: la donna che trasgredisce la legge viene “punita” per il reato commesso o  per il suo “peccato”? Perché allora non considerarle semplici peccatrici e s’abroghi la legge sulla fecondazione assistita? Perché non posso parlare anche in questo caso di persecuzione morale nei confronti della donna che pratica la fecondazione eterologa? Ebbene, io credo che si tratti di una persecuzione morale, ma finché la legge è vigente chi la infrange commette reato. Ma quando a commettere reato sia chi ha fatto la legge non si comprende per quale ragione bisogna pensare che si tratti di persecuzione morale o di un peccato, e quei cittadini che esigono che si venga giudicato come “trasgressore” diventino all’improvviso “moralisti” o “puritani”: le leggi o valgono per tutti o per nessuno. Anche la donna considera una persecuzione morale (o bigotta) obbligarla ad evitare la fecondazione eterologa, ma è consapevole come cittadina che se la pratica (in Italia) commette reato, e quando effettivamente l’ha praticata e viene accusata di questo reato, a lei non è dato modo di difendersi sostenendo di aver commesso tutt’al più un semplice peccato. Perché in questo caso alla donna non è offerta la possibilità di dire che l’accusa si basa più su un senso della morale e del peccato anziché sul codice penale? Perché a lei non è dato sostenere di aver commesso tutt’al più un peccato ma non un reato. Perché a lei non è concessa questa difesa? Perché sappiamo che al senso di peccato, se ci si crede, si risponde con la propria coscienza; per il reato, invece, si risponde alle leggi dello Stato. Una volta effettuata la conversione, i reati sono reati, e i peccati restano peccati.
Quando anche a noi cittadini sarà offerta la possibilità di sostenere che le accuse di reato sono in realtà peccati o una persecuzione tutt'al più di tipo morale, allora, Presidente, anche noi quel giorno saremo dalla Sua parte, ma finché i reati sono reati perché Voi lo avete voluto con le vostre leggi bigotte e restrittive per compiacere le gerarchie ecclesiastiche, allora bisogna semplicimente risponderne, e a chi vi invita a farlo non potete ora accusarlo di essere un moralista. Sarebbe troppo comodo!  




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CULTURA
11 febbraio 2011
Il giuramento rifiutato


Ma erano 11 o 12 i docenti universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo? Umberto Eco parlò al Palasharp di 11 docenti che hanno salvato l’onore dell’università italiana. Invece, lo storico tedesco Helmut Goetz, che ha ricostruito l’intera vicenda in modo analitico, in un libro pubblicato da’ La Nuova Italia nel 2000, Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista, ne elenca dodici, e sono:

1. Giorgio Levi Della Vida, Università di Roma
2. Gaetano De Sanctis, Università di Roma
3. Ernesto Buonaiuti, Università di Roma
4. Vito Volterra, Università di Roma
5. Edoardo Ruffini Avondo, Università di Perugia
6. Bartolo Nigrisoli, Università di Bologna
7. Mario Carrara, Università di Torino
8. Francesco Ruffini, Università di Torino
9. Lionello Ventura, Università di Torino
10. Giorgio Errera, Università di Pavia
11. Fabio Luzzatto, Regia Scuola superiore di agricoltura di Milano
12. Piero Martinetti, Università di Milano.

Vediamo come Goetz ricostruisce la genesi e lo sviluppo di questo giuramento. Negli anni 1927-1929, durante la campagna di stampa per la fascistizzazione delle università italiane, molti articolisti reclamavano a gran voce una rigorosa epurazione nelle università di elementi antifascisti; ma a nessuno venne in mente di proporre un giuramento di fedeltà al regime. Questa trovata venne al filosofo Giovanni Gentile, che nelle intenzioni doveva servire a punire coloro che avevano firmato il manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce. In realtà, l’idea del giuramento Gentile l’aveva già applicata nel 1923, ma nella sua formulazione questo primo giuramento ricalcava quello che era richiesto cinquant’anni prima nel corso della graduale unificazione dell’Italia. Secondo il filosofo fascista spettava allo Stato, con una sola fede e un’unica dottrina, stabilire i limiti della ricerca, della libertà di parola e della libertà di stampa. Come scrive Goetz: «Stato significava in primo luogo Mussolini e i suoi tirapiedi, i quali – studiosi o altro che fossero – agivano nei confronti dei docenti non secondo criteri scientifici, ma solo secondo criteri politici ed ideologici». Nel 1929 Mussolini nominò ministro dell’Educazione Nazionale il filosofo Balbino Giuliano, e l’anno successivo, nella primavera del 1930, riunì il Gran Consiglio del Fascismo. Durante la seduta venne proposta una nuova aggiunta alla formula: dopo il giuramento di fedeltà al re e ai suoi successori e di leale osservanza allo statuto e delle altre leggi, il testo recitava: «giuro come cittadino e come insegnante di aderire spiritualmente e attivamente alle idealità del Regime fascista». Perfezionato ancora, il decreto legge fu pronto per essere pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» dell’8 ottobre 1931. Gentile, l’ispiratore del giuramento, ora si attendeva che i docenti giurassero in buona fede, intimamente convinti di aderire al credo fascista, altrimenti sarebbero «indegni moralmente come uomini, del sacro ufficio che a loro è commesso, di educare la gioventù». Croce, in un primo tempo, sconsigliò di prestare giuramento, ma quando si rese conto che le università si sarebbero private dei migliori docenti, cambiò idea. Molti temettero per le sorti delle loro famiglie. Lo storico Adolfo Omodeo pianse al pensiero che non sarebbe stato più in grado di pagare gli studi dei figli. Qualcun altro giurò anche per motivi politici, come il latinista Concetto Marchesi, per continuare a svolgere «un’opera estremamente utile per il Partito e per la causa dell’antifascismo». Il Regime fascista sapeva benissimo che gli intellettuali non erano dalla sua parte, ma voleva lo stesso asservirli, umiliarli, costringerli al silenzio e annientare le loro coscienze. In tal modo, come scrive Goetz, i professori, ad eccezione di una piccola schiera di uomini liberi, avrebbero disprezzato se stessi e si sarebbero considerati indegni di parlare ai loro studenti.

SOCIETA'
10 febbraio 2011
Mutamenti sociali in atto


Scopo della ricerca sociale è comprendere cosa succede nella società e quali cambiamenti sono in atto. La riflessione sui mutamenti sociali è quasi sempre motivata perlopiù da preoccupazione di ordine politico-culturale. In altri termini, lo studioso sociale attraverso l’analisi complessiva della società vuole comprendere quali dinamiche politico-ideologiche si stanno sviluppando e, successivamente, vuole prevedere come si possono tradurre fattualmente. Fino ad oggi, ogni analisi della società prendeva le mosse dalla “struttura di classe”. La tematica del cambiamento della struttura di classe, da Marx in poi, è rimasta al centro della riflessione sociologica quando si volevano comprendere i mutamenti in atto nella società. L’emergere di nuovi classi sociali era uno dei modi tipici con cui i sociologi studiavano il mutamento sociale. Mediante l’identificazione dei nuovi raggruppamenti sociali, che si andavano formando nella società, i sociologi tentavano di personificare i cambiamenti in atto. La struttura delle classi sociali fa riferimento alle diverse posizioni che gli individui hanno nella della società. Si fa dipendere la diversa distribuzione delle posizioni dal reddito, cioè dalla quantità di denaro di cui ciascuno può disporre. Contrariamente alla società feudale, fondata sugli “ordini sociali”, che basava la collocazione sociale sulla funzione che l’individuo svolgeva all’interno della società, la società industriale ha fatto dipendere la loro collocazione sociale sulla base delle risorse disponibili. Le tre funzioni della società feudale erano schematicamente quelle del sacro, del guerriero e del lavoratore, incarnate da coloro che pregavano (oratores), che si battono (bellatores) e che lavoravano (laboratores). Nelle società feudali, il prestigio dipendeva dalla funzione che si svolgeva; nelle società industriali, dipendeva dalla posizione che si occupava all’interno del mondo del lavoro e della produzione; nelle nostre società dei servizi, il prestigio dipende dal guadagno. Nella società industriale la distribuzione in classe veniva decisa dalla condizione occupazionale: dato che diverse occupazioni toccavano ricompense differenziate, la diversa collocazione di classe dipendeva dal diverso reddito percepito. Una maggiore articolazione sulla teoria delle classi sociali è stata elaborata da Max Weber, che ha preso in esame due caratteristiche per suddividere le occupazioni in classi: la situazione di lavoro e la situazione di mercato.
Sia la teoria marxiana delle classi sociali che quella weberiana fanno riferimento a società dalla forte impronta industrializzata. Questi tipi di società, che hanno segnato la storia dei paesi “sviluppati” dalla seconda metà dell’Ottocento sino alla fine del XX secolo, possiamo definirle come “società a benessere limitato o vincolato”, rispetto alle moderne società che si fanno configurando nel mondo attuale, e che definiamo “società a benessere diffuso”. Nelle prime forme di società, i consumi dipendevano dal reddito disponibile, di conseguenza il benessere delle famiglie cresceva in relazione all’aumento dei redditi. I consumi in questo caso dipendevano dalla condizione occupazionale: i consumi erano in funzione delle risorse disponibile, e quindi del reddito che si percepiva in base all’occupazione svolta. Le famiglie a monoreddito limitavano i consumi sulla base delle risorse. Anche la qualità dei consumi era particolare: la maggior parte del reddito veniva impiegata per elevare il proprio status sociale, comprando beni durevoli e duraturi (automobile, lavatrici, televisori, ecc.). Nelle società a benessere diffuso i consumi non dipendono più dalla posizione sociale che si occupa, ma dallo stile di vita che si vuole esibire e, questo stile, a sua volta, dipende dal guadagno che si realizza.
Le società a benessere diffuso sono quelle società che negli ultimi decenni, secondo l’analisi fornita da Adair Turner, hanno conosciuto uno spostamento evidente dall’economia materiale a quella di servizio, spostamento che non solo ha trasformato la composizione sociale di un paese, ma anche e soprattutto la domanda dei consumi: «Il più grande cambiamento strutturale nelle economie ricche in molti dei passati decenni è stato non la globalizzazione ma il continuo affermarsi dell’economia di servizio» (A. Turner, Just Capital. Critica del capitalismo globale, 2004). Turner sviluppa il seguente ragionamento: quando la gente diventa ricca abbastanza da superare il sostentamento materiale, spende proporzionalmente meno del suo reddito per l’alimentazione, e più per auto, lavatrici e televisori. Al di sopra di un certo livello, però, si diventa relativamente saturi di prodotti e cresce a quanto pare senza limiti la domanda di servizi. Tutto questo contribuisce a creare un’economia che, contrariamente a quanto si dice intorno alla globalizzazione, è e diventa sempre più locale. Le preferenze dei consumatori vengono dirottate dai prodotti industriali ai servizi di natura più personale. La gente diventando ricca tende a comprare più servizi, anziché beni fisici.
Per descrivere tali società a benessere diffuso possiamo rifarci alla teoria sociologica di Simmel del trickle-down («gocciolamento verso il basso») e combinarla con la teoria della società dei «cinque quinti», descritta da Tullio De Mauro, ne La cultura degli italiani: «Un quinto di ricchi e, se vogliamo, colti, che si pagano le scuole e le università di alto livello, tre quinti di consumatori a basso reddito e basso livello di istruzione, un quinto di barboni residuali, un profondo sottosuolo nel quale i tre quinti possono essere ricacciati se non rispettano le regole del gioco». Dunque, esiste un primo strato sociale composto da un 20% della popolazione che consuma sommariamente un 50% di risorse, e impiega le sue ricchezze per mantenere un alto stile di vita (servizi alla persona); un 60% della popolazione che svolge lavori legati al servizio della persona e al mondo della produzione, che consuma un 40% di risorse; infine, un 20% che vive di ciò che riesce a raccogliere dal resto della popolazione, fuori dal mondo della produzione (disoccupati, inoccupati, casalinghe, pensionati sociali, emarginati), ma che consuma il restante 10% di risorse.
Ora, quando si parla di risorse economiche non esiste più una correlazione con l’occupazione lavorativa che si svolge, cioè la disponibilità economica non è un dato strettamente correlato al tipo di lavoro che si svolge. Oggi un calciatore o una modella riesce a guadagnare molto più rispetto a quanto riusciva a guadagnare un loro pari trenta o quarant’anni fa. In pratica, un buon calciatore quarant’anni fa riusciva a guadagnare come un meccanico di ottimo livello. Gli stessi manager societari grazie al sistema delle stock-options guadagnano somme notevoli che prima erano riservate soltanto ai grandi proprietari di quelle aziende. Ciò spiega anche perché molti giovani (ma anche meno giovani) aspirano al cosiddetto “successo”. Essi sanno che un buon successo nel campo, ad esempio, dello spettacolo può far guadagnare centomila volte di più di quanto guadagno un operaio alla catena di montaggio. Inoltre, le stesse risorse possono dipendere da varie altre fonti e non provengono più soltanto dal reddito: investimenti finanziari, affitti di casa, rendite, risparmi, evasioni fiscali, ecc. Cosicché si frantumano le teorie della struttura sociale legata alle classi sociali. In altri termini, la posizione lavorativa che formava la struttura di classe non è più un indicatore per comprendere il mutamento sociale. Ciò a cui bisogna guardare sono gli stili di consumo correlati ai guadagni e non la posizione occupazionale o lavorativa se vogliamo effettivamente comprendere i mutamenti sociali in atto. Se osserviamo questo lato della società, allora possiamo comprendere perché in Italia abbiamo 609 automobili ogni mille abitanti; perché il 96,6% delle famiglie ha una Tv a colori; perché gli italiani possiedono 151 cellulari ogni cento abitanti, e usano il computer il 36,7; mentre ci sono il 41,9% di utenti che usano internet ogni 100 abitanti (dati relativi al 2008: Il mondo in cifre 2011, The economist). Anche in Italia, il terziario è passato al 71%.

POLITICA
28 gennaio 2011
Socioanalisi del "berlusconismo"

Il consumo veicolo di consenso

Chi ha avuto la pazienza e la bontà di leggere attentamente quanto ho scritto nel saggio sulla piccola e media borghesia italiana dopo l’Unità d’Italia, si sarà reso conto che più che parlare delle circostanze che portarono il fascismo al potere, ho tentato di individuare e seguire tendenze di “lunga durata”, quelle che hanno permesso, nell’arco di tempo compreso tra l’epoca risorgimentale e l’avvento del fascismo, la coesione sociale dell’Italia. Nel secondo dopoguerra, il processo di integrazione del sistema viene garantito dall’espansione del mercato, che negli anni del cosiddetto “boom economico, conosce una fase di affermazione e di forte assestamento. La sensazione di benessere, che era mancata nella prima fase del processo di unificazione dell’Italia, comincia a diffondersi in tutti i ceti sociali, sebbene in misura diversa. Il mercato rappresenta la forma di integrazione come la politica e l’ideologia (o una loro forma combinata) lo sono stato in altre epoche. Ciò non vuol dire che, una volta affermatosi il mercato come forma di integrazione della società, le altre due istanze scompaiano completamente, vuol dire che non hanno più quella funzione prevalente che un tempo incarnavano. Praticamente, né la politica né l’ideologia sono più i “garanti” della coesione sociale.
Entrambe, si potrebbe dire, rispetto al mercato svolgono una funzione “gregaria”. La politica, in particolare, svolge il compito, quando gode di un forte consenso, di regolatore del mercato, sia per quanto riguarda la politica contrattuale che quella fiscale. Tuttavia, la forte rapidità dell’affermazione del mercato ha accentuato il ruolo della ideologia, perché quella rapidità ha impedito una fase graduale di assestamento. L’Italia, fatte le dovute differenze, si è trovata nelle stesse condizioni dell’Età giolittiana, ossia della prima industrializzazione del paese. Superata questa fase di grandi rivolgimenti sociali, il paese, intorno, agli anni Ottanta ha conosciuto la vera “società dei consumi”: tutte le resistenze legate alle società tradizionali e che ancora impedivano l’affermazione piena dei consumi vennero spazzate vie. Il consumo, espressione finale del mercato, s’impone come forma reale di integrazione sociale. In altri termini, la filosofia di vita che s’impone in ogni strato sociale è improntata alle forme di consumo. Da questo punto di vista, la sub-cultura di sinistra, che continuava a ispirarsi ad una tradizione ideologica “comunista”, e quella cattolica, fondata sui valori tradizionali della famiglia e del risparmio, si trovavano a disagio di fronte a questi nuovi stili di vita che la società dei consumi imponeva. In particolare, l’ideologia comunista aveva nella produzione, ossia nel mondo del lavoro, la sua centralità, mentre quella cattolica l’aveva nell’etica del risparmio (pensiamo a tutte le “casse rurali” nate all’inizio del XX secolo). Il “consumo” da queste ideologie era ancora percepito, per usare l’espressione del sociologo americano Thorstein Veblen, come “uno spreco vistoso”, quando, invece, da ciascun ceto il consumo cominciava ad essere percepito come momento di una vera e propria “promozione” sociale. La crisi della sinistra e delle aree di ispirazione cattolica coincide, in Italia, verso la metà di quegli anni, e giunge a compimento nella metà degli anni Novanta, quando ormai si è avviato un processo di rinnovamento non ancora conclusosi. L’incontro che s’era avuto intorno alla metà degli anni Settanta, tra le due tradizioni, finisce tragicamente con l’assassinio di Aldo Moro. Dopo quella tragica esperienza le forze politiche nuove che emergono sono proprie quelle che non hanno alcuna remora nei confronti dei consumi. Possiamo in effetti parlare a proposito di questa fase storica di una vera e propria “americanizzazione” della società italiana. Ancora una volta, mediante i consumi, avveniva in Italia un processo storico che Gramsci avrebbe definito di “rivoluzione passiva”. A farsi il maggior interprete di questa “rivoluzione passiva” è stato, intorno alla metà degli anni Novanta, in piena crisi del sistema politico, il magnate delle telecomunicazioni Silvio Berlusconi: non è un caso che negli anni Ottanta siano state proprie le sue tv commerciali a contribuire all’americanizzazione della società italiana, ossia al "consumo vistoso".
La forza politica che nel giro di poco tempo riuscì a mettere in campo aveva come bersaglio politico-ideologico proprio quell’aggregato di ideologie che aveva trovato nell’esperienza del “compromesso storico” la sua sintesi, e che egli stesso percepiva come un coagulo di forze che s’opponeva all’espansione vistoso del consumo, chiave del suo successo economico. Contemporaneamente il processo di globalizzazione fece emergere al Nord del paese una forza localistica, che prese il nome di Lega Lombarda, e che divenne espressione di quei ceti sociali ed imprenditoriali che più temevano gli effetti provocati dalla globalizzazione nel tessuto sociale: la forte competitività internazionale e l’immigrazione. Questa forza ha trovato la sua area di consenso nella “critica” al processo risorgimentale: l’unificazione del paese viene interpretata come un processo forzato e imposto dall’alto delle classi dirigenti del tempo.
Si capisce che alle piccole imprese dei “distretti industriali” della “Terza Italia”, secondo la definizione del sociologo Bagnasco, il mercato interno interessa sempre di meno; la vera sfida è rappresentata dai mercati esteri. I problemi del Mezzogiorno d’Italia e la crisi della grande impresa fondata sul modello fordista e posfordista vengono visti sempre più come ostacoli al processo di innovazione del paese, che, nella loro ottica, fa perdere punti di competitività alle esportazioni delle piccole e medie imprese del Nord-Est. Infatti, questo movimento politico comincia ad espandersi in altre aree del paese man mano che vengono colpite dalla crisi internazionale. Crescita dell’esportazione e crescita della Lega sono due fenomeni strettamente intrecciati. Possiamo dire che l’alleanza tra chi vuole una forte società dei consumi e chi mira a una forte espansione dei propri prodotti all’estero si salda proprio sulla base di questi reciproci interessi. Quindi, le due forze politiche che oggi guidano il paese sono entrambe espressioni dell’“ideologia del mercato”, quello berlusconiano sul lato dei consumi, il secondo su quello della distribuzione. Si comprende che ciò che resta fuori da questa lotta politica sono quelle forze, soprattutto di sinistra, che invece hanno tentato di interpretare ed esprimere le istanze suscitate dalla produzione. Nello stesso momento in cui la produzione, in virtù del processo di globalizzazione, viene dislocata altrove, perdendo così la sua centralità all’interno del mercato, anche quelle forze che si richiamano ad essa cominciano ad essere sempre percepite sempre più come marginali.

Credere, consumare, comunicare

In un lontano convegno di Cagliari del 1967 sul tema Gramsci e la cultura contemporanea, il sociologo Alessandro Pizzorno ricordava come la nozione di “crisi organica” fosse l’elemento più interessante della teoria politica di Gramsci. Si diceva sorpreso che non fosse stata fino a quel momento oggetto di approfondimento nella sterminata letteratura gramsciana. Una crisi organica può dar luogo a una trasformazione "attiva" o progressiva in grado di far avanzare tutti i ceti sociali, oppure a una trasformazione passiva, nel corso della quale assistiamo a un arretramento complessivo dei ceti più deboli della società e a un consolidamento di posizione di pochi ceti privilegiati.
Le crisi si possono risolvere mediante una svolta autoritaria, e in tal caso avremo:
1) una trasformazione del ceto politico e burocratico, che oltre ad esercitare un dominio politico eserciterà anche una direzione ideologica (un’“egemonia”), la qual cosa, anche se risulta essere un’emanazione organica del blocco sociale dominante, costituisce comunque una novità rispetto al passato; praticamente dominio coercitivo + consenso delle masse.
oppure in
2) un rafforzamento del dominio politico, senza direzione ideologica (cioè senza “egemonia”). Dominio coercitivo senza consenso delle masse. 

Per Gramsci, soltanto la prima delle due soluzioni costituisce una forma di “rivoluzione passiva”, nella quale la priorità è data alla combinazione dell’elemento politico e di quello ideologico. Nell’altro caso, invece, avremo soltanto una soluzione politico-militare della crisi, che sfocia in un regime autoritario che non si preoccupa affatto di costruire una base di consenso. Le due forme di soluzioni autoritarie possiamo entrambe qualificarle come “reazionarie”, se con questo termine si vuole indicare un’involuzione rispetto alle conquiste sociali realizzate al presente. Tuttavia, mentre la prima aspira a creare una base di consenso, la seconda non si preoccupa affatto di avere un consenso.
Una “crisi organica” può anche essere risolta attraverso una ristrutturazione delle forze di produzione, che, sebbene lasci inalterati i rapporti di produzione, tuttavia ne altera la composizione di classe, rivalutando le classi produttive a discapito di quelle parassitarie. Anche in questo caso avremo una forma di “rivoluzione passiva”, con la differenza rispetto all’altra che l’elemento di novità non è costituito dal livello politico-ideologico, bensì da quello economico: la rivoluzione passiva di carattere politico-ideologico punta sulla rivalutazione della classe media e “parassitaria”, la seconda forma, invece, di carattere economico, punta sulla composizione delle classi produttive. Nel nostro secolo, le due forme di “rivoluzioni passive” che si sono contemporaneamente verificate sotto gli occhi di Gramsci sono state rispettivamente il “fascismo” e il “fordismo”.
Ora, osservando la storia attuale, è possibile riadattare il linguaggio gramsciano alla situazione politica come si è venuta configurando negli ultimi quindici anni, e parlare del “berlusconismo” come una forma contemporanea di “trasformazione passiva” della società. Possiamo qualificare il "berlusconismo" come una combinazione delle due forme di rivoluzione passiva individuate da Gramsci, ossia una combinazione di elementi autoritari e dirigistici (tipici del fascismo) con elementi "consumistici" e "pragmatici" tipici del "fordismo". Possiamo combinare questi tratti in questo modo:
1) la concentrazione del potere economico, mediatico e politico; come nel modello fordista, la fabbrica diventa il luogo di integrazione totale del lavoro, così il berlusconismo diventa un modo per integrare il cittadino in ogni suo momento della attività quotidiana (come consumatore di prodotti, come telespettatore, come elettore);
2) una rappresentazione trasversale di ceti sociali, che dai cosiddetti ceti “marginali” (casalinghe, pensionati, disoccupati) arriva fino ai ceti più produttivi (il cosiddetto popolo delle partite iva). Questo elemento lo accomuna più al fascismo che al fordismo: la prossima mossa di chiamare il proprio partito "Italia" va in questa direzione. D'ora in avanti chi è antiberlusconiano sarà un antitaliano per definizione, così come sotto il fascismo chi era anti- era di conseguenza antitaliano, antipatriottico.
3) una ideologia che ha nel "consumo" la sua forza trainante e consensuale. Questo elemento si differenzia dal fordismo in quanto è privo di una visione keynesiana dell'economia. Il fordismo puntava a un aumento della domanda aggregata dei consumi attraverso un aumento dei redditi. Tuttavia, possiamo notare come il berlusconismo abbia finito con l'equiparare l'elettore al consumatore.
4) un visione autoritaria e dirigistica (o aziendalistica) della politica e della società. Qui la combinazione tra fascismo e fordismo diventa più forte. E abbiamo cosi trovato la sintesi delle tre "C": Credere, Consumare, Comunicare!
5) un approccio "acritico" e superficiale alla complessità dei problemi (risolto spesso in slogans ripetitivi e vuoti); questo elemento a dire il vero proviene più dal mondo della "pubblicità", da cui il berlusconismo trae la sua origine; diciamo che è un elemento autoctono del berlusconismo.
6) una esaltazione degli egoismi e degli interessi individuali a discapito degli interessi collettivi e solidali. Questo elemento proviene da una lettura distorta del "liberismo" economico, un altro tratto originario.

Finora gli studi su questo fenomeno si sono concentrati più sul “personaggio” politico, e hanno trascurato di mettere in rilievo i tratti che contraddistinguono questo fenomeno politico-sociale. Il berlusconismo infatti non si racchiude soltanto in una formula politica, ma abbraccia un'intera concezione del vivere sociale. Se non si comprende questa duplice funzione non si capirà neanche il potere d'attrazione che questo fenomeno ha saputo esercitare sia sul corpo elettorale quanto sui stessi ceti politici, e quindi non si comprende neanche la ragione del perché tanti ceti sociali l’hanno sostenuto negli ultimi quindici anni. Il fenomeno, a mio parere, ancora non viene preso sul serio, e ci si limita ad analizzare il "personaggio" e non il fenomeno. Forse perché siamo ancora troppo coinvolti per analizzarlo con il giusto distacco. Allora ci si perde nei dettagli, e non si guarda alla sostanza delle cose. E, purtroppo, non ci rende conto che un tipo di analisi del genere (focalizzata sul personaggio) è perfettamente e paradossalmente funzionale propria alla sua ideologia.
Mi sembra che tutte le riflessioni che si hanno sul fenomeno siano focalizzate soprattutto sui meccanismi che spiegano il suo consenso, trascurando le reali forze che lo hanno di fatto realizzato. In un altro saggio (Il consumo come veicolo di consenso) ho cercato di mettere in evidenza quale fosse la chiave del successo politico della proposta berlusconiana. In un paese in cui la domanda di consumo è radicalmente cambiata e trasformata, mi sembrava evidente che a questa domanda fosse più capace di rispondere (non di dico di soddisfare) uno stile di vita consumistico, così come veniva profilandosi nella ideologia berlusconiana, anziché una qualsiasi altra proposta politica. Anzitutto, perché senza dubbio riusciva a incarnarla e ad esprimerla meglio rispetto ad ogni altra. E poi perché era più organica allo stile di vita propinato dalle tv commerciali. Proprio in ragione di questa ideologia si giustifica e si legittima la crepa sociale che divide il tessuto sociale tra i grandi detentori di ricchezza e il resto del paese. Il berlusconismo come “trasformazione passiva” ha tentato, e finora bisogna dire che c’è anche riuscito, a saldare e a tenere insieme il forte divario sociale che si è creato nel paese tra i grandi detentori di ricchezza e i ceti più poveri ed emarginati. Questa saldatura non è dovuta, come talvolta si crede, al “miraggio di ricchezza” che il berlusconismo ha saputo suscitare, in alcune fasi della sua storia, ma al “miraggio di ’immobilismo” che ha saputo realmente concretizzare, a quella nuova forma di gattopardismo, insito in ogni italiano, di credere che affinché tutto cambi, nulla deve cambiare. Ora però che questo immobilismo sociale sta producendo i suoi effetti negativi, da più parti si prende consapevolezza dei danni sociali che il berlusconismo ha prodotto nel paese. Come stiamo verificando proprio in questi mesi, il berlusconismo è entrato in crisi proprio nel momento in cui la domanda di consumi è cominciata a calare. Tuttavia, aggiungiamo che il "fenomeno" non è destinato a scomparire nel momento in cui il suo "ispiratore" non farà più politica, ma resterà a lungo nelle coscienze degli italiani. La sua trasformazione passiva incederà a fondo nel tessuto sociale italiano. E credo che alla fine sia questo il danno maggiore che farà alla società nel suo complesso.

Le due trasformazioni della società

Sopra ho provato ad abbozzare, utilizzando categorie gramsciane, alcuni spunti interpretativi per analizzare il fenomeno del berlusconismo. In quello abbozzo sostenevo che il berlusconismo sia una sintesi di elementi appartenenti alle due forme di «rivoluzione passiva» teorizzate da Gramsci, vale a dire, il “fordismo” e il fascismo. Tuttavia, il riferimento alla categoria gramsciana ha bisogno di un ulteriore chiarimento ed approfondimento. Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» da Vincenzo Cuoco che se n’era servito per caratterizzare la rivoluzione napoletano del 1799. Nel corso della sua riflessione carceraria, Gramsci lo arricchisce concettualmente, tale da farlo diventare uno dei concetti più complessi dei Quaderni del carcere. In estrema sintesi, si ha un processo di rivoluzione passiva ogni qualvolta una delle due parti antagoniste riesce ad assorbire o da assimilarsi l’altra parte sino al punto di svuotarla nei suoi contenuti e di guidarne la direzione. Tale processo di assimilazione può avvenire progressivamente, vale a dire a piccoli passi o “molecolarmente”, oppure in maniera massiccia, vale a dire assorbendo interi “gruppi sociali” e politici.
Applicandolo alla realtà attuale, ho apportato delle modifiche sostanziali al concetto strategico gramsciano, e ho preferito usare il termine “trasformismo passivo” (preceduto dal prefisso “neo” per distinguerlo da quello storico), anziché quello di “rivoluzione”, in quanto quest’ultimo richiama un’epoca di sconvolgimenti politico-sociali spesso accompagnato da una fase cruenta e violenta. L’aggettivo “passivo” resta fisso al suo significato teorico, in quanto si richiama a un processo “subìto”, a cui non si è saputo opporre una resistenza adeguata. Potrei anche parlare di una “trasformazione passiva” della realtà sociale del nostro paese, e contrapporla a una “trasformazione attiva”, nel corso della quale i processi, anziché subirli passivamente, vengono attivati dagli stessi gruppi e attori sociali. Dietro ognuna di queste trasformazioni esiste un disegno o un progetto della società che si vuole realizzare. La trasformazione passiva mira a “imporre” (e quindi a conservare e a perpetuare) la propria posizione di dominio in tutti i gangli vitali della società, allargando il “divario” economico-sociale tra i ceti sociali, mira insomma ad allargare la distanza tra le proprie posizioni dominanti e quelle subalterne. Questa trasformazione passiva può essere imposta “coercitivamente”, tramite ad esempio un rafforzamento dell’apparato repressivo (in questo caso si ha una vera e propria dittatura o regime autoritario), oppure può essere realizzata attraverso un “consenso” generale o “spontaneo”. In questo caso secondo i gruppi economico-sociali esercitano sul resto della società una forte pressione persuasiva ed attrattiva, tale da “convincere” spontaneamente i ceti subalterni ad aderire al loro disegno politico-sociale. Pertanto, questi ceti si lasciano molecolarmente assorbire dal disegno “proposto” sino al punto di considerare quasi del tutto naturale le disparità socio-culturali predicate da quel disegno. Una trasformazione attiva, invece, dovrebbe operare nella direzione opposta, vale a dire dovrebbe essere in grado di disegnare una assetto della società in cui le disparità sociali, appunto, il divario tra gruppi dominanti e subalterni, insomma le distanze socio-culturali dovrebbero essere gradualmente eliminate anziché allargate.
Queste sono in estrema sintesi i due tipi di trasformazioni sociali che si possono mettere in atto. Se leggiamo un rapporto dell’Ocse, ci dice che in Italia dalla metà degli anni Ottanta ad oggi, la diseguaglianza sui redditi da lavoro, risparmi e capitale si è aggravata del 33%: «Tra i 30 paesi Ocse oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri». Il rapporto riconosce che sono state adottate delle contromisure: «L`Italia ha in parte colmato il crescente gap tra ricchi e poveri aumentando la tassazione sulle famiglie e spendendo di più in prestazioni sociali per le persone povere. Sorprendentemente, l`Italia é uno dei tre soli paesi Ocse che ha aumentato la spesa in prestazioni rivolte ai poveri negli ultimi dieci anni». Ma i dati nudi e crudi restano allarmanti: il reddito medio del 10 per cento degli Italiani più poveri è circa 5000 dollari, tenuto conto della parità del potere di acquisto, quindi sotto la media Ocse di 7000 dollari. Il reddito medio del 10 per cento più ricco è circa 55000 dollari, sopra la media Ocse. «I ricchi hanno beneficiato di più della crescita economica rispetto ai poveri ed alla classe media». Secondo questo rapporto dell’Ocse, il divario tra “ricchi” e “poveri” anziché diminuire è cresciuto ancora di più. Questo per limitarsi a un solo indicatore. Il che mi fa dire che negli ultimi decenni abbiamo assistito a un processo di “trasformazione passiva”, a un processo durante il quale le disuguaglianze e le differenze si sono rafforzate anziché indebolirsi.

La brasilizzazione del paese

Riprendiamo il discorso sugli squilibri della società italiana. Se prendiamo in esame qualsiasi “indicatore”, possiamo renderci conto di come il divario negli ultimi vent’anni anziché diminuire si sia allargato, sino a diventare talvolta una vera e propria voragine. Ho già citato lo squilibrio tra ricchi e poveri, ma a questo possiamo aggiungere quello tra Nord-Sud, tra uomo-donna, tra il reddito da lavoro e rendita finanziaria, tra lavoro dipendente e lavoro precario. Questi squilibri ne producano altri, ad esempio quello “culturale”: fasce sociali che si nutrono solo di televisione e altre che si rivolgono a un ventaglio ampio di scelte. Inoltre, se incrociamo i vari indicatori possiamo constatare come le situazioni diventino ancora più drammatiche. Nel loro complesso se tentiamo di individuare le cause che hanno determinato questi dislivelli molteplici, alle «classi dirigenti», che hanno governato il paese negli ultimi due decenni, possiamo attribuire una quota notevole di responsabilità, distribuite in proporzioni diverse. Intendo per classi dirigenti tutti coloro che hanno una responsabilità nella guida e nella direzione di un paese: abbiamo, ad esempio, i ceti imprenditoriali, politici, “intellettuali”, sindacali, “burocratici”, “finanziari” (banche), mediatici, corporativi, ecc. Ebbene, questi ceti non si sono “accorti” che nel paese gli squilibri aumentavano, e che nella società si stavano creando delle crepi, o delle fratture, che a lungo andare hanno provocato (e stanno tuttora provocando) un indebolimento strutturale del tessuto sociali. È come se all’interno del paese si stessero formando a poco a poco delle enclaves non di tipo territoriale, bensì sociali: l’enclave degli emarginati, dei disoccupati (sottoccupati, inoccupati), dei privilegiati, ecc. All’interno di ciascuna enclave vigono regole e stili di vita diversi: in una enclave la preoccupazione maggiore diventa l’apparire, il benessere psicofisico, la dieta, il viaggiare, i consumi alti; in un’altra, pagare l’affitto, comprare il latte, mandare i figli a scuola, insomma i consumi bassi. Diventano praticamente mondi che non comunicano, che parlano linguaggi completamente diversi: vivono sullo stesso territorio ma abitano in dimensioni opposte. Ciò provoca anche un modo diverso di valutare i vari comportamenti: nelle enclaves dei privilegiati la corruzione è considerata una pratica sociale tollerabile, fisiologica, in quanto serve ad acquisire ulteriori privilegi; in quelle degli emarginati, il reato viene bollato come una pratica antisociale, perseguitata e condannata con tutti i mezzi repressivi a disposizione. A lungo andare è come se i corpi sociali prendano direzioni opposte: l’uno va sempre più verso l’alto (più redditi, più rendite, più profitti, più privilegi), l’altro scende sempre più verso il basso. Ciò che a poco a poco i cosiddetti ceti intermedi, quelli che da sempre all’interno della società hanno avuto la funzione di fare da cuscinetto nei momenti di crisi, di attutire gli urti più drammatici della crisi, finiscono con l’assottigliarsi. La scomparsa di questi ceti è accompagnata da uno smantellamento del Welfare state, dovuto a tre ragioni: i ceti disposti a finanziarlo sono in via d’estinzione; l’aumento della fascia dei ceti deboli e a basso reddito rende più costoso il suo mantenimento; la concezione della vita che si sta facendo largo tra le classi privilegiate punta tutto sul self-service: se sei nella condizione di fare questo o quest’altro lo fai, altrimenti t’arrangi! A tutte queste dinamiche il sociologo Ulrich Beck ha dato un nome: brasilizzazione del paese (anche se il termine non pare corretto perché in quel paese la tendenza comincia ad essere invertita!).
Secondo il rapporto della Bankitalia (novembre 2010), la concentrazione dei redditi è risultata nel 2008 sostanzialmente in linea con quella rilevata negli anni passati, con il 10% delle famiglie che possiede quasi il 45% dell'intera ricchezza netta, mentre la quota di individui con reddito al di sotto della soglia di povertà risulta pari al 13,4%, anche in questo caso con valore sostanzialmente in linea con quello rilevato nel 2006.

POLITICA
12 gennaio 2011
Torniamo a Gramsci!


A Gramsci, "non padre, ma umile fratello" , a 120 anni dalla nascita...

In questo clima di marasma politico, di smarrimento delle coscienze, di scollamento tra società civile e “classi dirigenti”, la parola d’ordine che la sinistra dovrebbe avere il coraggio di lanciare nel dibattito politico è: “Torniamo a Gramsci”. Già, ma a quale Gramsci? Al teorico dell’intellettuale organico? Del concetto di “egemonia”? del partito politico come moderno principe? Oppure al Gramsci analista dei rapporti tra stato e società civile? Ecco, credo che a quest’ultimo Gramsci occorre ritornare, al Gramsci che in carcere risponde al perché si pone un distacco fra società politica e società politica. Al Gramsci che recupera la nozione di politica intesa in senso lato, come partecipazione attiva e permanente. Solo così potremmo comprendere le ragioni storiche della crisi che attraversa la sinistra in questo inizio secolo. Perché questa debolezza non è affatto congiunturale, non è una debolezza politica dovuta alle particolari condizioni del momento, ma si tratta di una debolezza strutturale, dovuta al fatto che il mondo della produzione, da cui la sinistra traeva la sua forza e il suo consenso, ha perso la sua centralità, al fatto che i rapporti di produzione non costituiscono più il perno su cui si fondavano i progetti della società. La produzione può essere dislocata altrove, non è più vincolata al territorio e al tessuto sociale come accadeva sino a qualche decennio fa. E il mondo dei servizi ha soppiantato quasi del tutto quello della produzione. Tornare a Gramsci vuol dire analizzare come cambia e si trasforma la società entro la quale viviamo, analizzarne i bisogni, i problemi, e vuol dire anche riuscire a trovarne le soluzioni più avanzate, più idonee e corrispondenti alle esigenze dei cittadini. Altrimenti si rimane impigliati in questo fondo limaccioso, torbido, in cui pare che ogni speranza di cambiamento e di “rinascita” sia del tutto spenta. Tornare a Gramsci è anacronistico? È fuori luogo e fuori tempo? Bene. Se l’attuale ceto dirigente della sinistra la pensa in questo modo, allora non lamentiamoci quando subiamo l’egemonia dei Cicchitto, dei Gasparri, dei Bondi. Lasciamoci dettare l’agenda politica da questi signori della politica, e continuiamo a parlare di processi, di legittimi impedimenti, di Scilipoti e compagnia bella! Continuiamo a parlare di alleanze di piccolo cabotaggio, insomma, tiriamo a campare!


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CULTURA
10 gennaio 2011
Potere ordine valore


In Così parlò Zarathustra, Nietzsche indica ne’ I discorsi di Zarathustra (Parte prima), le tre metamorfosi dello spirito: «Come lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo». Il cammello è la bestia paziente ed ossequiosa, che percorre in fretta il deserto, «ma nel deserto più solitario avviene la seconda metamorfosi: qui lo spirito diventa leone. Lo spirito del leone è colui che sa crearsi la libertà per una nuova creazione, ma non è capace di «creare nuovi valori», ciò è «cosa che sa fare il bambino»: «Il bambino è innocenza e oblio, un nuovo inizio, un gioco, una ruota che gira da sé, un primo movimento, un sacro dire-di-sì». Insomma, il cammello è il simbolo della sopportazione e della pazienza; il leone quello della forza e della libertà di saper imporre la propria volontà; il bambino, infine, è il simbolo della libera creazione di valori. Il bimbo rappresenta ludicamente il fare e il disfare della vita; egli gioca con le sue forme, ma non con l’intenzione di creare nuove forme, bensì per il puro piacere di giocare. Costruisce sulla sabbia bei castelli e prova poi lo stesso piacere a prenderli a calcio che provava quando li costruiva. Gli altri due spiriti direbbero che lo spirito del bambino non mostra alcuna serietà per quel che fa.
Ora, proviamo a sostituire il termine “valore” con il termine “ordine”: lo spirito del leone è quello che vuole imporre un ordine; quello del cammello è lo spirito che sa sopportare con pazienza un ordine; lo spirito del bambino è quello che sa far emergere un ordine inatteso. A ciascun “spirito” possiamo a questo punto sostituire un tipo di “potere”: lo spirito del leone evoca il potere coercitivo. Lo spirito del cammello quello persuasivo; lo spirito ludico evoca il potere suggestivo. Ciascun potere contribuisce in modo diverso alla figurazione dell’ordine, cioè a rendere coerente la forma dell’esperienza umana. Il potere coercitivo, imponendo una linea di condotta, ha il compito di stabilizzarlo; il potere persuasivo di modificare un ordine; il potere suggestivo di farlo emergere. Ognuno di questi poteri svolge una funzione specifica. Il potere coercitivo seleziona le condotte in base alle aspettative, aspettative imposte da un ordine stabilizzato, per cui prescrive ciò che si può fare e ciò che non si può fare, ciò che è vietato e ciò che è lecito, e così via. Il potere persuasivo varia le previsioni sulla base di eventi imprevisti, e quindi modifica l’ordine delle cose; infine, il potere suggestivo crea un ordine di cose laddove prima gli elementi si presentavano sciolti nella loro esistenza. Queste tre forme di potere sono in un rapporto circolare. La circolarità procede sia in senso orario che antiorario: per stabilizzare un ordine è necessario prima farlo emergere e un ordine si può modificare quando è stabile. Ma un ordine emerso può essere modificato e un ordine modificato può essere stabilizzato. Questo doppio processo circolare del potere spiega la stabilità dell’ordine, la variabilità o mutabilità, infine la sua genesi. Queste tre forme di potere presiedono dunque al processo di creazione di un legame, a quello di una sua modificazione, infine, a quello di una sua conservazione. La metamorfosi dello spirito altro non è che la metamorfosi del potere, e la costruzione di un valore altro non è che una costruzione di un ordine.


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La verità è brutta: abbiamo l'arte per non perire a causa della verità.
F. Nietzsche, Frammenti, 16 (40) 6, 1888.

Sulla rivista online leggi: Il filosofo e il poeta: Saba/Colorni

http://www.scrittinediti.it/blog/2011/04/07/il-filosofo-e-il-poeta-sabacolorni/

 

Amo la poesia di Dante per la sua compostezza. Amo la poesia di Catullo per le sue laceranti passioni. Amo la poesia di Leopardi per la sua concezione della vita aderente ai suoi versi. Amo la poesia di Majiakoski per i suoi versi fragili e irruenti. Amo la poesia di Esenin per il respiro della sua terra. Amo la poesia di Gozzano per la sua ironica malinconia. Amo la poesia di Montale per la sua sapienza. Amo tutti i poeti che hanno dato un gusto nuovo alla vita.

Non amo Carducci per la sua vanità. Non amo D'Annunzio per la sua falsità. Amo Pascoli, ma solo a metà. 

 

Chi volesse leggere in versione integrale

I colori della vita e altre storie
Il prodigio. Racconto onirico
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può cliccare
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Il vero mistero del mondo è il visibile, non l’invisibile.
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E' bello doppo il morire vivere anchora...

Amo i bricconi che non amano giocare a fare il poeta, ma amano giocar con le parole; non quelli che si divertono
a dire cose serie, ma che diventano seri per dire cose divertenti…

Il racconto Latebre di desiderio è pubblicato in Vino veritas

Il racconto La casa diroccata è pubblicato in "Era una crepa nel muro. Il giallo"

Il racconto Notte di cielo stellato è pubblicato in

 

Il racconto "L'abulico" è pubblicato in "L'ACCIDIA" 

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 Il racconto "Sulla punta di un grammofono" è pubblicato in "L'INVIDIA"

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La poesia "Scivolo nel sonno..." è pubblicata in "LA NOTTE"

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Ognuno di noi ha dei romanzi/racconti che sono degli amici cari con i quali ogni volta che stiamo insieme abbiamo sempre mille cose da dirci e da raccontarci  e con i quali  mai ci stanchiamo di parlare. Si sa, i veri amici non sono poi così tanti. Ecco i miei cinque più cari amici:

La morte di Ivan Il'ic, Lev Tolstoi

Senilità, Italo Svevo

Doktor Faustus, Thomas Mann

Il rosso e il nero, Stendhal

La letttera rubata, Edgar Allan Poe

 

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